Il mio tempo fluttuante

“Promettimi che, qualsiasi cosa possa accadere, qualsiasi male ti possa fare per colpa di qualche mio imperdonabile errore, qualsiasi catastrofe possa un domani separarci e portare discordia o odio fra di noi, tu ti ricorderai che, in questo istante, qui, proprio adesso mentre siamo sdraiati su questo letto sfatto e ci abbracciamo piano piano aspettando di addormentarci, io ti ho amato infinitamente, e l’ho fatto in maniera talmente forte e affettuosa, che ho sentito il bisogno di sigillare nella tua memoria questo momento eternamente, per combattere la forza distruttrice del tempo, nel quale tutte le cose sembrano dover svanire”.

Ancora oggi ricordo quelle parole che le dissi circa 2 anni fa, e non so decidermi se fossi stato un vero uomo che ama follemente la sua donna, o semplicemente un ragazzino impaurito che si accorge che ogni cosa ha un suo termine, e il proprio amore anche. Ora opterei facilmente per la seconda opzione, e tenderei a ricoprirmi di insulti e maledizioni, osservando che forse, se non fossi stato così immaturo e pavido nei confronti del futuro, sarei stato in grado di tenermi stretta Marta nel corso degli anni. Che idiota! Avevo così paura di perderla che, nelle mie parole, quelle che avrebbero dovuto essere le più romantiche e rassicuranti, ci misi tutta la mia insicurezza, e forse anche il primo accenno di una relazione che sospettavo sarebbe andata in rovina.
È palese che cosa volevo mi rispondesse; dopo quelle mie parole speravo mi avrebbe rivolto la mia stessa preghiera, che avrebbe assecondato il mio stesso auspicio, dicendomi: “Anche io ho paura del tempo che passa, ma anche io ti amo tantissimo e voglio che tu mantenga questo istante d’amore come ricordo, seppure in futuro ci guarderemo con disprezzo”. Invece lei non disse nulla di tutto ciò, mi guardò preoccupata e poi mi baciò, invitandomi a stare tranquillo.
La delusione fu atroce.
Volevo che l’amore di uno per l’altro potesse essere inserito in ampolle incorruttibili, eterne, fuori dal tempo. Un’ampolla per me e una per lei, accuratamente riposte nel nostro personale Iperuranio – sezione “Amore idealizzato”. Ma io non ricevetti mai la mia simbolica parte.
Perché mi serviva tutto questo? Bé, chi non ha mai cercato di rivivere un ricordo riascoltando canzoni, sentendo profumi, visitando luoghi e incontrando persone per il solo fatto che tutto ciò rappresenta il proprio passato che oggi si sente nostalgicamente? L’obiettivo è quello di rimettersi proprio lì, con i piedi saldi in quel tempo lontano. Allo stesso modo, a me serviva un'”ampolla” con almeno un dolce ricordo da poter contemplare, seppur ad amore concluso.

Perciò eccomi qui, 3 anni dopo l’inizio della nostra relazione, senza ampolla ma comunque pronto a setacciare quante più antiche sensazioni, mentre mi sdraio nel giardinetto della mia vecchia casa con le cuffie nelle orecchie. Ho aspettato apposta che fossero le sei del pomeriggio, quando il sole estivo lascia, come lasciava allora, un triangolo d’ombra nel prato. Io e Marta sceglievamo sempre questo preciso momento della giornata per sdraiarci all’ombra sull’erba ad ascoltare musica. Lei prendeva i suoi CD, li metteva nello stereo in casa, apriva le finestre e alzava a palla il volume.
Ascoltavamo un po’ quello che ci capitava, ma molto spesso lei prendeva in mano la situazione e metteva Avril Lavigne. Avril Lavigne, cazzo. A lei piaceva da morire, manco fosse una quindicenne. Io invece detestavo ogni singola sua canzone; ma ero con Marta, quindi al massimo sfottevo per un po’ i suoi gusti musicali, ci facevo su due risate e mi adattavo.
Fra le tante canzoni di Avril Lavigne che dovetti subire, mi balena in mente “When You’re Gone”, che era tappa fissa nelle scalette scelte da Marta. Chissà perché mai quella canzone era sempre irrinunciabile, e lei l’ascoltava sempre in religioso silenzio, come se avesse un qualche significato particolare. Io, invece, l’avrei definita una “canzonetta”, nel lontano 2009. Una canzone adolescenziale, orecchiabile e con un testo banale, il quale meritava ben poche analisi, se non soltanto un’alzata di spalle.

Ora prendo lo smartphone e la riascolto.

Ecco che mi ritrovo con l’amo e l’esca sulla sponda del lago dei miei ricordi, intento a cercare di pescare uno di quei vecchi momenti trascorsi nel mio giardino a fianco a lei e che voglio strappare al passato per poter riviverlo qui ed ora.
Eccone uno! È qui davanti a me, ne sono sicuro. Sento quella canzone come la sentii allora, per un istante.
Ma improvvisamente il profumo di una rosa penetra quel ricordo, e non è più come prima. E ancora: il cigolio di un cancello della casa di fronte, il sapore nel palato del succo che ho appena bevuto, i miei occhi stanchi per l’ultima notte insonne.
Il mio passato si squarcia con un presente sempre coevo e coeso ad esso ma che pur si protende all’avvenire, mentre si rimescola in ciò che non è più; il mio prima è ora, il mio ora è prima, ed entrambi ancora dovranno arrivare, diversi, trasformati, imprevedibili.
Il passato e presente si toccano e si sfiorano, si abbracciano e si spingono, si curano e si tagliano, si baciano e si mordono.
L’amplesso mortale. Gli estremi si fondono.

E così mi ritrovo davanti il passato invaso dal mio mondo attuale, e tutto prende una nuova conformazione. “When You’re Gone” suona diversa, suona pregna di significato, significato malinconico. “When you’re gone, the face I camed to know is missing too” , “I miss you”; da queste frasi mi accorgo che Marta si stava rivolgendo a me, attraverso il testo della canzone. Da qui tutta la sua sollecitudine a farmela ascoltare. Ma perché proprio a me? Non mi riconoscevi già più? Perché ti mancavo se ero al tuo fianco?
Il brivido di aver vissuto 3 anni in una falsa relazione mi pervade.  Ed io ridevo, prendevo in giro la canzone e Avril Lavigne, pensando che la cosa fosse divertente e che rafforzasse il nostro legame.
Quanto disgusto mi faccio!

Richiamo quei ricordi e non li sento più con quella dolcezza, con quel valore immacolato che sembravano avere fino a poco fa.
La carica speciale che sentii in quell’amore, bé, non mi sembra nemmeno di averla mai sentita, perché ormai sciolta in acque nere di ordinarietà, immaturità, farsa, e avvolta in un misterioso manto scuro che ricopre ora quei vecchi pomeriggi in giardino. Il nostro amore non era realmente puro, e adesso lo vedo riscriversi nelle sembianze di una semplice bugia, a cui credetti ingenuamente in quei giorni.
Le patetiche parole che spesi l’anno dopo quell’estate “magica”, nel tentativo di ottenere la mia “ampolla d’amore”, ora risuonano ancora più ridicole ed inutili. Lei già lo sapeva: era tutto finito da tempo ed io stavo provando a salvare ciò che solo l’inconscio mi suggeriva fosse ormai perso.

Potessi viaggiare nel tempo e correggere tutto! Tornerò indietro e ascolterò la tua canzone, lo prometto, amore mio!
Ogni parola, ogni sillaba interiorizzerò; diverrà parte di me. Sarò tanto attento che capirò il messaggio che mi volevi passare e ti starò vicina, ti consolerò!
Ripartiremo da zero! Saremo io e te e basta.

La musica stavolta la faremo noi,
e sarà dolce, allegra negli intenti;
triste solo per compatire la nostra tristezza.

Io mi siederò al pianoforte e ti inviterò a danzare con le mie note.

Saremo un duo in cui si canta l’uno in seguito all’altro, o insieme contemporaneamente:

ci saranno delle volte che comincerò io,
con il mio verso musicale grave e pieno,
ma talvolta serio, troppo serio e angosciato,
sicché capirò di dover cercare un seguito diverso,
il seguito dettato dal tuo cinguettio spensierato,
che solleverà il mio sguardo verso l’alto, alleggerito;

altre volte invece arriverai prima tu che,
con il tuo canto acuto,
ma affievolito, stanco e spento,
sarai bisognosa di essere raggiunta da me
e di essere avvolta fra le coperte delle mie note calde e calme
per qualche minuto,
prima di tornare ad ergerti squillante nei tuoi eterei lidi musicali;

infine accadrà che le nostre note si sovrapporranno
e si incontreranno sinergicamente
in un accordo armonioso che le cingerà assieme,
rendendo impossibile distinguere l’altezza e il timbro delle nostre voci,
tanto esse saranno inscindibili l’una dall’altra
in questo abbraccio amoroso.

Sarebbe splendido poter continuare a cercarsi così,
e ritrovarsi ogni volta
in quel magnifico accordo;

sarebbe stupendo poterlo fare fino alla fine dei nostri giorni,
concludendoli insieme,
in un ultimo
rilucente
accordo.

Lo sarebbe, ma dovrei almeno poter afferrare il tempo, il tempo che mi sfugge come il passato che fugge e ritorna sempre compenetrato al presente. Se solo potessi ripercorrere il passato camminando a ritroso lungo la linea del tempo, mi involerei verso di esso, posizionandovi nuovi ricordi, uno ad uno, sotto forma di ampolle, ricordi d’amore, ricordi d’armonie musicali mai vissute, ricordi da contemplare.  Se solo trovassi questa maledetta linea! Quello che mi si presenta è invece un groviglio temporale caotico e incostante, che cerco invano di dispiegare in un sentiero lineare ben distinto.

Il mio viaggio nel passato è irrealizzabile e resta soltanto un’aspirazione e, per questa stessa ragione, esso è già rivolto al futuro.

Perciò l’unica speranza è che quei giorni ritornino, nell’avvenire della mia mente sognante, con un volto nuovo.
Oggi una macchia nera ha sporcato quel passato che domani potrebbe riprodursi splendente come mai l’avevo vissuto e letto prima.

E quindi riascolterò fino alla nausea quella canzone, per ritrovarmi ancora in quel giardino, in quei giorni d’estate, per provare ancora quella sensazione d’armonia che ora pare la mera illusione di una cottarella giovanile.
La risentirò sin quando mi convincerò che nonostante tutto è andata bene così, che tutto aveva un senso; e riporterò all’interno di questo senso, il momento in cui, oggi, sento che quel senso non esiste, per realizzare che invece non era che parte di un processo verso la maturità, verso una serena ed imperturbabile consapevolezza. In tal modo, il dolore che provo ora perderà di consistenza nei miei ricordi, venendovi ad occupare uno spazio risibile e assumendo la forma di una vaga sembianza che a mala pena mi sembrerà appartenermi.

Solo a quel punto riguarderò, in un battito di palpebre, a tutta la mia vita raccolta insieme, mentre pacificamente, nella sua integrità, essa si protende fiduciosa ai giorni che l’attendono.
La rimirerò così, proprio come si guarda un film ai suoi titoli di coda, quando la sua storia interrotta invita lo spettatore a lanciarsi immaginariamente al suo seguito.

E tu, Marta, verrai colta in questo sguardo.

Tu, immancabile sfumatura del mio tempo fluttuante.

Annunci

Dialogo della festa in discoteca

K ed L erano seduti ad un tavolino in un angolo della discoteca più marcia della città. Stanchi, muti e sbronzi avevano eretto tra di loro, con i mattoni della diffidenza nell’altro, il tipico muro invalicabile dell’incomunicabilità. Poco oltre c’era S, muto a sua volta, che se ne stava in piedi a fissare la pista da ballo, tutt’altro che voglioso di parlare.
Spinto dalla noia, e forse con un pizzico di malizia, K ruppe il silenzio e si rivolse ad L, il quale ancora stava sorseggiando il suo drink.

K: Prova ad immaginare di essere recluso dentro questa discoteca, in questa festa. Anzi, prova ad immaginare che tu sia sempre stato rinchiuso in questa festa, essendoti trovato nel bel mezzo di essa, addirittura tanti anni fa, senza che nessuno ti abbia chiesto il permesso di metterti proprio qui, senza l’ombra di un invito. Sei stato gettato qui dentro. Ti fa sentire un po’ a disagio la cosa, eh? Solitamente sentiamo il diritto di poter scegliere dove stare, con chi stare, e quanto restare in un certo posto. Non è questo il caso.
Bé, quante storie! In ogni caso, puoi sempre goderti il divertimento, giusto? D’altronde è questo il compito di una festa.
Qui però ti chiedo un altro sforzo d’immaginazione.
Prova a metterti nei panni di qualcuno totalmente disgustato da quello che sta vivendo alla festa.
La noia ti sta facendo venire il voltastomaco. Tanti ballano e tu non ne vuoi sapere; non hai mai voluto ballare, anche se tutti ti dicono che è un ottimo modo per socializzare. Qualcuno sta limonando sui divanetti vicino alla pista; altri parlano al bancone del bar; altri sono usciti un attimo a fumare. Altri semplicemente vomitano al cesso. Tu invece sei lì fermo e non cerchi nessuno, perché, nel tentativo di sciogliere un po’ la tua timidezza, hai bevuto più del dovuto, e ora sei troppo impegnato a cercare di farti passare la sbornia che ti tormenta e ti fa sentire ridicolo. Bere ti è servito per socializzare con qualche persona; ma più che altro ti rendi conto che l’hai fatto giusto per fare qualcosa, non essendoci altro che muovesse il tuo interesse. Una festa è fatta per divertirsi, ma è normale che non tutti ne siano soddisfatti; quest’ultimo è chiaramente il tuo caso.
Non vedresti l’ora di alzare il culo e chiuderti la porta della discoteca dietro di te, senza fare troppe storie, lasciandoti alle spalle questa brutta esperienza, vero?
Questo lo potresti fare se questa discoteca e questa festa fossero quelle in cui ci troviamo noi stanotte. Mi dispiace invece informarti che nella festa che ti chiedo di immaginare la via d’uscita non è così immediata.
Il percorso per andarsene è la sofferenza più profonda, la disperazione più assoluta. Se scegli che la festa non ti piace e qualcuno lo viene a sapere, la notizia si diffonderà, e tutti cercheranno di farti cambiare idea; ti accoglieranno con le migliori intenzioni, certo, ma non ti permetteranno di scappare.
La via d’uscita è talmente buia e solitaria che non puoi comprenderla fin quando non la vivi in prima persona.
Il compito che la festa ti richiede come permesso d’uscita è di punirti da solo, odiarti nella tua totalità, smettere di credere in un cambiamento nel meglio di questa tua misera condizione.
Se non accetti di attendere la fine dell’evento in cui ti trovi e morirci dentro, dovrai penare a tal punto da toglierti tu direttamente la vita, senza l’appoggio di nessuno. Ecco l’unico modo per fuggire.

Ebbene, amico mio, questa festa è la vita.

Ci sei stato gettato dentro, senza scelta. Nel viverla, potresti cavartela più o meno bene e sopportarla, o addirittura amarla; perciò buon per te. Ma tieni presente che se arriverai ad odiarla, dovrai soffrire infinitamente prima di poter uscire da essa, facendo culminare il tuo dolore nel suicidio. In caso contrario, dovrai attendere la tua morte per cause non dipendenti dalla tua volontà.
La vita è una prigione allestita a mo’ di festa nella quale ci è richiesto di divertirci, sempre e comunque, nonostante tutto.

L: Dovresti smettere di bere, lo sai?

K: Mi hai ascoltato almeno?

L: Sì che ti ho ascoltato. E non posso che dirti che sei il solito pessimista.
Prova a guardarla in altro modo.
Hai paragonato la vita ad una festa, che ti vincola in ogni suo aspetto, e che o ti piace o non ti piace. Evidentemente non ti rendi conto che nel caso della vita tu puoi mettere mano al male che ti vedi attorno e provare a combatterlo; puoi partecipare attivamente al cambiamento. Vedi quindi che non stai facendo che il vittimista – posizione molto comoda per tutti coloro che non vogliono prendersi la responsabilità di migliorare sé e il mondo che li circonda.
Smetti di lamentarti e lavora per cambiare ciò che non ti piace!

K: Chi ha deciso che devo mettermi al lavoro? Che diritto hanno delle persone di mettere al mondo un figlio e poi dirgli: «Arrangiati, ora sono cazzi tuoi!»? Si obbliga qualcuno che non può scegliere di esistere ad esistere e poi lo si costringe a partecipare a questo macabro teatrino.

L: Mi sembra il ragionamento di qualcuno incapace di soffrire. Chi non esiste non può godere delle grandi gioie che la vita può dare. Questo non puoi negarlo.

K: Chi non esiste non può provare le gioie della vita, giusto; ma nemmeno può sentirne la mancanza, in quanto, appunto, non esiste, cioè non ha una coscienza che rende disponibile l’esperienza in maniera soggettiva, rivolta perciò al proprio sé individuale senziente.
Cosa succede quindi allo stato di non-esistenza? Si evita tutto il dolore che la vita inevitabilmente comporta e allo stesso tempo non si può sentire la mancanza dei piaceri, perché non vi è nessuno ad esserne privato.
Cosa succede invece alla vita cosciente? Essa prova sì i piaceri della vita, ma allo stesso tempo ne percepisce i dolori.
Evidentemente, al confronto vince la non-esistenza, il livello della materia inerte.
Se proprio ritieni così un peccato non poter vivere, dovresti piangere per ogni eiaculazione che non porta alla fecondazione; anzi, per ogni spermatozoo che non ce l’ha fatta a raggiungere l’ovulo! Non sembra sensato vero? I tuoi fratelli “in potenza” non sentono la mancanza di te, e tu non senti la loro.

L: Questo ragionamento lo fai perché vedi il dolore della vita come una motivazione per rinunciare ad essa, senza sperare di poterlo rendere tanto infimo da essere trascurabile rispetto tutto quello che l’esistenza può donare. Possiamo progredire, basterebbe crederci e sono certo che gran parte del dolore verrà annientato.

K: Tu di nuovo mi suggerisci di lottare per una condizione in cui il dolore sarà minimizzato, se non eliminato. Bé, io accetterei di buon grado questa lotta, se vi fosse un fine, un punto d’arrivo. Ma a me pare che siamo qui ad ammazzare il tempo.
Cerchiamo di nasconderci il fatto che siamo dei nessuno destinati a diventare carne putrefatta e nient’altro.
E tu dici che potremmo aspirare ad eliminare il dolore di troppo.
Ti sbagli. Noi amiamo segretamente il dolore.
Lo amiamo tanto che se progrediamo in qualcosa, se risolviamo qualche problema che ci affligge, dobbiamo trovare di corsa un qualche altro compito o obiettivo che ci assilli per tenerci la mente occupata, per illuderci di avere un senso nel tentativo di risolvere i nostri obblighi penosi, per evitare insomma di vederci, come dicevo, come mera carne in putrefazione.
Tu parli di progredire e auspichi ad una condizione di minimo dolore, ma non capisci che il dolore è il pungolo che ci spinge a trovare uno scopo ed a perseguirlo. E se ogni scopo è raggiunto e non c’è nient’altro da risolvere, l’uomo si scopre nella sua inutilità.
Pensa ad un detective onesto e ligio al dovere. Egli dice a sé stesso: «Voglio estirpare i crimini da questa città; scoverò i responsabili, li imprigionerò e farò in modo che tutti vivano in pace». Finché esisteranno i criminali e quindi crimini da risolvere, il detective potrà tenere salda questa sua morale, che gli garantisce un “senso della vita”. Pensa invece se dovessero cessare i crimini, se il detective dovesse adempiere definitivamente al suo dovere, al suo scopo. Egli gioirà inizialmente, fiero di sé. Ma ben presto scoprirà di non avere più una ragione per vivere, e dovrà cercarsene un’altra se non vuole disperare. Dovrà cercarsi un altro lavoro, un altro problema da risolvere, un altro scopo verso cui tendere.
Quindi l’uomo forse non lo vuole ammettere, ma egli VUOLE i problemi, vuole il male, vuole il dolore, perché senza tutte queste cose non ci sono scopi da raggiungere, o meglio, da sperare, da desiderare di raggiungere.
Ebbene sì, perché se tutti gli scopi fossero raggiunti marciremmo nella noia. Perciò abbiamo bisogno di due cose: risolvere alcuni, ma non tutti i nostri problemi; e continuare a sperare e desiderare di risolverne altri, in maniera paradossalmente inconcludente, vana.
Capisci come il dolore e il piacere vivono l’uno in virtù dell’altro, così come l’infelicità e la felicità e tutti quegli opposti per cui l’esistenza dell’uno determina per contrasto l’esistenza dell’altro.

L: Ma se allora l’infelicità è ciò che dà per contrasto la felicità, che problema ti dà il dolore? In effetti ricordo Nietzsche: “È per l’uomo come per l’albero. Quanto più egli vuole elevarsi in alto e verso la luce, con tanta più forza le sue radici tendono verso terra, in basso, verso le tenebre, l’abisso – verso il male”. Devi soffrire se vuoi gioire, perciò il dolore va accolto.

K: Penso che questa massima possa andare bene per chi la disperazione totale non l’ha ancora raggiunta, per chi ancora può “romanticizzare il dolore. Il fatto è che non sempre le cose vanno per questo verso e talvolta i nostri supplizi ci spezzano nella nostra fragilità. In questo senso, non essendo prevedibile il cammino della vita di un uomo che ancora non è tale, non abbiamo il diritto di mettere alla luce nuovi esseri coscienti.
Questo è un mondo che non possiamo controllare del tutto, e lo stanno a dimostrare le disgrazie che ci capitano ed a cui non riusciamo a dare rimedio o spiegazione, se non con una fede – per definizione assurda – in un ordine trascendente che dà ragione, nel senso di “sistemazione in un piano razionale-divino”, al bene quanto al male.
Una malattia che stronca un ragazzino a 12 anni è terribile; ma terribile è anche un pianista che, in un incidente stradale di cui egli non ha alcuna colpa, subisce un trauma tale che diventa tetraplegico. Il pianista per colpa di quell’evento sarà costretto a rinunciare alla sua passione, che molto probabilmente coincideva con la sua più forte ragione di vita, il suo senso della vita. Come dicevo prima per il detective, anche il pianista dovrà cercare un’
altra occupazione, altrimenti dispererà. Ma egli è bloccato immobile a letto o su una sedia a rotelle. Qualcuno potrà dire che si può ancora relazionare con gli altri, che può ancora godere della vita. Ma se suonare fosse stata la sua unica ragione di vita? Sarà ancora così semplice dirgli che va tutto bene?
Solo lui può deciderlo. Solo l’individuo, valutando caso per caso le contingenze della sua vita, è giudice della propria condizione. Il dolore è valutabile solo dal soggetto che lo prova.
Per via di questi fatti incontrollabili e spesso imprevedibili che ci costringe ad affrontare la vita, ecco che emerge l’assurdità dell’esistenza e della sua folle perpetuazione.
Il procreare è un giocare a dadi con una vita che ancora non esiste.

L: Quindi tu vorresti che tutti smettessero di riprodursi? Mi sembra un atto contro natura, discorde cioè con la natura umana. È evidente che siamo fatti per riprodurci: abbiamo gli organi sessuali che funzionano per quello e sentiamo l’attrazione sessuale che esiste per quello.

K: Curiosa questa tua scelta dell’espressione “contro natura”. Allora dimmi, sono la malattia e la morte dell’uomo un fatto concorde alla sua natura?

L: Bé, certo. I suoi organi non sono fatti per durare in eterno, prima o dopo ci ricongiungiamo al resto della natura.

K: E sono il curarsi e il curare gli altri dalle malattie ed evitare nel limite del possibile la morte dei fatti naturali?

L: Mi pare ovvio, l’uomo tende alla sopravvivenza.

K: Allora non ho capito bene: cosa devo fare per essere in accordo con la mia natura di uomo? Devo scegliere di assecondare una malattia che vuole darmi la morte, evitando di curarmi; oppure devo scegliere di assecondare il mio presunto istinto di sopravvivenza, curandomi ed evitando perciò la morte?

L: Mi sembra chiaro che dipende dalle circostanze. A volte una dolce morte è meglio di un accanimento terapeutico…

K: Sarai d’accordo quindi che la distinzione sensata che possiamo fare è tra ciò che ci giova e ciò che non ci giova, e non fra ciò che è naturale e ciò che non lo è.
Ricordando però il discorso di poco fa, in cui si diceva che segretamente l’uomo “ama” il dolore, capiamo che niente potrà riempire definitivamente il vaso incolmabile del desiderio, in quanto abbiamo sempre il bisogno di essere in tensione verso qualcos’altro; per cui, per risolvere i nostri problemi, non resta che la cessazione della specie, l’unico modo per eliminare le sofferenze dei singoli.
Altre specie si estingueranno per forze esogene; noi, che ci siamo resi conto della malignità dell’esistenza per via di tutti i motivi che ti ho già elencato, sceglieremo l’unico scopo sensato che possa giovarci: ci estingueremo per nostra volontà.

L: Sei un misantropo insomma. O una persona triste che odia davvero tanto la vita. Mai pensato al suicidio? Penso che con la tua mente malata lo consiglieresti all’umanità intera, tanto per affrettare la sua dipartita!

K: Evitare l’insorgere dell’esistenza cosciente per non voler far soffrire più nessuno non mi sembra un gesto misantropo. Non lo chiamo altruismo solo perché altruisti lo si può essere solo nei confronti di chi vive; ma di certo non c’è alcuna cattiveria nel risparmiare il dolore ad un essere che ancora non c’è. Non provo nemmeno astio contro chi si riproduce; sono certo che lo fanno con le intenzioni migliori, pur non rendendosi conto dell’assurdo azzardo che compiono.
Tu mi dici poi che sono triste e che odio la vita. Bé, noto con piacere che hai finito le argomentazioni e, piuttosto che attaccare la mia tesi, ti rivolgi ora alla mia persona.
Se proprio ti devo rispondere, ti dico che non ha importanza se amo o odio la vita. Anche se la odiassi e fossi triste di conseguenza, non vedo perché non potrei parlare e dire qualcosa di valore. Non potrei sopportare un mondo sottoposto ad una tirannia dei felici. Essendo, come abbiamo visto, l’infelicità insita nel percorso umano, è necessario che le ragioni dei sofferenti siano portate alla luce. E no, non voglio suicidarmi, perché ora che mi ritrovo nell’esistenza, cerco di viverla al meglio, pur osservando che la non-esistenza è preferibile. Con la tua allusione al suicidio sei offensivo e mostri definitivamente di non avermi capito.
Mai il suicidio sarà indicabile come via d’uscita, perché sarebbe come invitare gli individui alla sofferenza, all’odio di sé, e questo è proprio ciò che voglio evitare che accada nel futuro. Perciò sto indicando un percorso pacifico di liberazione dall’esperienza cosciente umana.
Se proprio devo dare un’indicazione d’agire, io propongo come modo per l’estinzione dell’umanità semplicemente una volontaria cessazione della riproduzione e non certo un suicidio di massa.

L si alzò ed andò via; non degnò K nemmeno di un saluto. Eppure, proprio quando sembrava che il dibattito fosse giunto alla sua conclusione, ecco che S si voltò verso il tavolino di K e si sedette di fronte a lui, occupando il posto vuoto lasciato da L.
Aveva ascoltato tutto il discorso dei due amici, senza aprire bocca. Aspettò qualche secondo, poi alzò lo sguardo verso K.

S: Ti ho ascoltato e ti posso assicurare che quello che dici non può funzionare. Non preoccuparti, non ti ripeterò le ragioni di L.
Stai bene attento. Tu poco fa hai detto che l’uomo ha sempre bisogno di ricostruirsi nuovi obiettivi a cui ambire, essendo egli portato a fuggire la noia che gli rivelerebbe il suo non-senso. Nell’evitare questo tira e molla continuo che richiede che sempre qualcosa sia irrisolto, proponi l’estinzione.
Non è evidente la tua contraddizione? Hai appena proposto uno scopo ultimo, proprio quando dicevi che non possiamo mai crearcene uno. Se gli uomini nella loro totalità dovessero accogliere questa tua proposta, vedrebbero la tua finalità come il solo scopo carico di senso e quindi, non potendo guardare oltre l’orizzonte della propria morte ma dovendo invece accettare come solo fine quello che hanno già realizzato e continuano a realizzare – quello cioè di non procreare -, cadrebbero nella disperazione di non aver altro di meglio a cui far tendere il proprio desiderio – uso il tuo ragionamento!
Sono d’accordo che è utopistica la soluzione del progresso per eliminare il dolore; ma, come ho appena fatto notare, la tua proposta risulta ugualmente utopistica!
Mettiamo però che davvero la tua tesi possa essere applicabile. Proviamo ad immaginare che gli uomini possano accettare la propria estinzione, magari intrattenendosi con altri impegni – o scopi, come li chiameresti tu – tali da occuparli mentalmente nell’attesa della morte.
Non ti rendi conto delle conseguenze pratiche di ciò? La popolazione invecchierebbe fino a non poter più darsi dei servizi e delle cure assicurabili solo da una forza lavorativa più giovane, servizi tali che possano portare alla morte senza troppe tribolazioni. La diretta continuazione di questa situazione è caos, violenza e sofferenza indotti dalla corsa alle ultime risorse disponibili. È persino assurdo pensare una situazione di questo genere, ma la tua tesi ci porta a questo.
A che serve un’idea se non ha alcuna applicabilità? Sarai pure contento del tuo sistema che funziona nella teoria senza particolari intoppi; ma a cosa serve nella pratica?
Mi sembra improbabile poi che tu non abbia notato come il solo invecchiamento della popolazione non accompagnato da una compagnia umana che si rigenera, non potendo essere accettato psicologicamente e fisicamente dagli stessi individui, porterebbe tanti a scegliere come soluzione finale proprio quella che demonizzi tanto: il suicidio! Proprio così, null’altro resta a chi vede sgretolarsi attorno relazioni e cure sociali, che pur avrebbe desiderato, se non il suicidio solitario.
Ti sei preoccupato di non prolungare il dolore ai posteri e hai colto nell’atto riproduttivo il responsabile da eliminare.
Eppure ti è mancato un tassello: ricordarti di aiutare chi c’è ora, chi vive ora.
Osservando il potere coercitivo che ha la vita, da te definita come una “prigione allestita a mo’ di festa” la cui via d’uscita volontaria è solo il doloroso percorso che porta al suicidio, ti sei dimenticato che ad esempio una regolazione in termini di fine vita può ovviare, almeno in parte, a questo problema. L’eutanasia e il suicidio assistito possono essere infatti una soluzione per un’uscita pacifica dalla “festa indesiderata”. In che senso “pacifica”? Nel senso che verrebbe saltato quel tragitto di disperazione che culmina nel suicidio solitario, sostituendolo piuttosto con l’accettazione compassionevole delle pene altrui da parte della comunità, e la conseguente concessione all’individuo di togliersi – o “farsi togliere” – la vita senza provare ulteriori afflizioni.
Vedi quindi che qualcosa ancora ci resta da fare.
La tua proposta è invece di fatto una resa.
Te lo dico in altro modo: noi, che viviamo adesso, siamo sofferenti, non l’abbiamo voluto e tu non hai niente di meglio da proporci per stare meglio. Perché quindi proponi una soluzione che soluzione non è, in quanto folle, inattuabile e inaccettabile? Chi ti ascolta e coglie le pur plausibili osservazioni teoriche che fai rischia solo di disperare.
Lo ammetteva lo stesso Emil Cioran, il quale inoltre sarebbe probabilmente d’accordo con le tue idee antinataliste: “Scuotere la gente, svegliarla dal suo sonno, pur sapendo di commettere in tal modo un crimine e che sarebbe mille volte meglio lasciarvela perseverare, poiché comunque, quando si sveglia, non si ha nulla da proporle”.
Tu potrai anche avere ragione. Ma “avere ragione” non importa se ciò risulta essere nulla più che una velleità fine a sé stessa.

K: Tutto qui? E io devo accettare a cuor leggero di vedere nuovi arrivati alla “festa”? È un sacrificio proprio necessario?

S già non guardava più K; era tornato a fissare la folla che ballava. I due passarono alcuni minuti senza curarsi l’uno dell’altro.
Poi, d’improvviso:

S: Sei sicuro di volere una risposta?

K: Mai.

Una lettera come epitaffio

Cara mamma,

è tempo che volevo scriverti. Non sai quanto è stato faticoso prendere in mano la penna e cominciare a raccontarti tutto, tanto che, ora che ci sto provando per la terza volta, mi sembra di camminare su sabbie mobili che cercano di impedirmi di procedere oltre, costringendomi a lasciare solo queste poche parole d’introduzione a questa patetica lettera. Ho il terribile presentimento che avrò troppa vergogna per continuare e straccerò il foglio.

Basta, basta! Ci sono troppe cose che ci tengo a dirti, e mi sto già bloccando da solo.

Mi sta molto a cuore raccontarti qualcosa che avvenne il 2 febbraio scorso e, da lì, anche alcuni fatti dei giorni successivi. Sì, lo so, sono passati più di due mesi… Ma, come ti dicevo, è stato molto difficile iniziare a scrivere e, prima di tutto, mettere in ordine i pensieri. E di pensieri perlopiù si tratta, perché il contenuto di tutto il resto è abbastanza banale, di contorno, diciamo.
Bé, la sera del 2 febbraio la dimenticherò difficilmente. Ero appena arrivato a casa da lavoro, erano le 18 circa ed ero assolutamente esausto. La stanchezza era talmente forte che mi buttai sul divano con ancora le scarpe addosso, stringendo in mano un sacchetto di biscotti scaduti chissà quando. Cominciai a mangiare, ma quei cosi erano talmente disgustosi che me ne servii solamente per saziarmi un po’, giusto per ristabilire le mie forze mentali. L’indomani sarebbe stata una giornata particolare: la mattina avrei dovuto prendere il treno per raggiungerti fuori città (forse te ne ricorderai); poi di corsa al negozio, per fare almeno l’orario pomeridiano di lavoro. Il solo pensiero di dovermi alzare alle 6 mi faceva girare la testa, come se non bastasse l’emicrania per la fame che sentivo.

D’un tratto, cercando di distrarmi, girai lo sguardo per la stanza. Ricordo alla perfezione quel crepuscolo. Non mi capita spesso, eppure, quando mi accorgo della sua presenza, rimango di tanto in tanto inebetito ad ammirare il crepuscolo, e questo è quello che accadde quella sera.
La luce era come un’onda azzurrina e flebile che inondava la casa e accarezzava dolcemente il pavimento e le mura, sforzandosi di arrivare in tutti gli angoli, per poi arrendersi ed accontentarsi di aggrapparsi ad una superficie più ridotta. Era così piacevole l’abbraccio in cui il crepuscolo mi avvolse che mi dimenticai di tutti i miei pensieri peggiori: non ricordavo nemmeno più come fosse possibile fare esperienza di qualcosa che portasse il nome di ansia o angoscia o tristezza. Ogni oggetto divenne dai confini imprecisati ed io, mettendomi in un angolo della sala, ebbi l’impressione di guardare un quadro ad acquerello; ma quello non era un dipinto fisso nel tempo, no, era piuttosto un’opera in cui tutto è ancor più degno d’attenzione, proprio perché vicino ad essere inghiottito dall’oscurità della notte. Il balcone, la finestra, la mia mano: ogni cosa era così vicina alla morte che non potei che sublimare ad un livello estetico quel sentimento di caducità che il quadro ispirava, fuggendo così, per mezzo di uno sguardo contemplativo, dall’abisso che non avrei avuto l’ardore di fissare. Sì, il mondo scompariva nel buio ed io anche; ma io vivevo nello stesso modo del mondo ed ero legato ad esso nel quadro cui partecipavo a mia volta, e questo mi aiutò a sentirmi meno solo. Non mi passò nemmeno per la testa che ciò che stavo sublimando era il venire meno di qualcos’altro, di qualcun altro, e non invece la scomparsa del mio stupido divano nelle tenebre. Ma questo, mammina, non potevo ancora capirlo.
Dopo qualche minuto mi mossi verso la finestra, nella speranza di bere un po’ di quell’inebriante onda luminosa che arrivava da fuori, e da lì osservai come la porta era rimasta nel buio più totale; nemmeno l’avrei potuto dire che laggiù si trovava l’uscita di casa se non l’avessi già saputo di mio. Alternai una decina di volte lo sguardo dal buio della “non più porta” al mondo fuori dalla finestra: ero da solo in una grotta che si faceva sempre più nera e non c’era via d’uscita; ero al termine dell’universo, pronto ad essere risucchiato dal nulla da un momento all’altro. Nonostante ciò il mio pensiero scivolava piacevolmente fra un chiaroscuro e l’altro, e ancora non si faceva travolgere da quell’immagine così simbolicamente inquietante. Quanto avrei dato per rimanere sospeso in quel crepuscolo.
Non resistetti e scesi nel gelido cortile per potermi immergere in tutti i colori freddi di quell’acquerello anche fuori da casa.
Purtroppo però si fece troppo buio e i primi lampioni s’accesero. Un taglio di luce artificiale stava rovinando tutta la tela del quadro! Che terribile offesa per quell’opera d’arte! Uscii dal cortile e feci il giro dell’isolato per trovare ancora qualche angolo crepuscolare, ma ogni svincolo era troppo luminoso o troppo buio ed io non avrei mai potuto cullare i miei sensi in quei due estremi.
La magia di quel momento di estasi era già finita.
Fu in quel momento che sentii di avere la febbre. Giusto un filo, ma ce l’avevo.

Tornai nel mio appartamento, deluso, avvilito, vergognandomi per la mia stessa presunzione di beatitudine di poco prima. Incapace di sopportare quella febbricola, corsi a prendere un’aspirina e mi misi a letto nonostante fossero solo le sette di sera, speranzoso di riprendermi in fretta. Ce la misi tutta per dimenticarmi il crepuscolo di prima, ma per qualche motivo rimase incastrato nei miei pensieri; così il ricordo delle ombre della mia stanza si mischiarono con la febbre e non riuscii ad addormentarmi. Mi dimenai nel letto sudato per almeno due ore fin quando decisi di alzarmi, arreso di fronte alla schiavizzante agitazione del mio corpo, e mi avviai verso il bagno per rinfrescarmi il viso. Tempo solo un battito di ciglia davanti allo specchio e la tua immagine si palesò ai miei occhi, intenta a sorreggermi, proprio mentre rischiavo di svenire sul lavandino. Mi sentii immediatamente meglio, confortato dalla tua “presenza” esattamente come lo ero stato tanti anni prima, quando ero alto la metà di te e tu eri la saggezza suprema, interamente a mia disposizione, immortale. Se fossi stato un poco meno lucido, avrei potuto giurare che fu la tua mano sicura a riaccompagnarmi a letto ed a riavvolgermi nelle coperte, le quali d’improvviso si erano fatte ordinate, comode e calde, proprio come le preparavi tu anni fa.

Non avevo puntato la sveglia, ma la febbre bastò a destarmi dal sonno: erano le 5.20 e capii che non sarei riuscito a dormire più di così.
Controllai l’orario del primo treno, presi un’altra aspirina a stomaco vuoto e mi precipitai in stazione. Dissimulai al meglio la mia scarsa salute per motivare me stesso ai compiti che mi spettavano quel giorno; ma era innegabile che ancora la febbricola non voleva lasciarmi in pace, parendo essa stessa ignorare il mio utilizzo di qualsivoglia antidolorifico. Di conseguenza, seduto sulla panchina in stazione, sentii profondamente il fastidio che mi permeava dalla testa, giù per la gola e ora fino allo stomaco, così espressi la mia condizione in una smorfia di disappunto. Era certo peggio della sera prima, ma pur sempre una febbricola di cui non potersi lamentare.
A fianco a me era seduta una ragazza che sicuramente aveva notato il mio disagio e la cui sola presenza mi agitava irrazionalmente. Mi voltai per vedere se stesse magari ridendo di me, ma vidi piuttosto che guardava in basso, probabilmente qualche punto a caso in terra. Indossava una giacchetta leggera fuori luogo per il freddo di quella mattina, mentre in testa portava una berretta di lana da cui spuntavano appena i suoi capelli castani e lisci. Non riuscivo a vederla in viso, perciò dovetti immaginare che fosse assorta in qualche pensiero penoso, un po’ per via della sua postura ingobbita e tutt’altro che rilassata, un po’ per il fatto che stringeva nervosamente la sua borsa con entrambe le mani. Un fortissimo moto di compassione nei confronti di quella creatura mi scosse positivamente, e non riuscii a non perseverare nel tentativo di cogliere la reciprocità di quel sentimento nei suoi occhi, i quali bramavo profondamente d’incrociare, seppur fugacemente.
Lei si accorse del mio sguardo e si voltò verso me. La sua espressione era smarrita ed innocente, cosa che si adattava magnificamente ai suoi lineamenti delicati e il suo pallore diffuso. Fissando gli occhi della ragazza piombai nel verde della sua iride e così fui trasportato all’istante all’interno di essi, ritrovandomi su un largo prato di una collina isolata dal resto del mondo, dagli orizzonti imprecisati. Com’era fresca e morbida l’erba laggiù; era tanto perfetta che catturò tutta la mia attenzione inducendomi a sdraiarmi prono, nel tentativo disperato di dimostrare a me stesso, con il contatto del viso e delle mani, che quel tappeto morbido fosse reale per davvero. Piegando un poco la testa di lato vidi però che la ragazza era lì sul prato con me e mi guardava ancora, o meglio, mi stava quasi cercando di vedere, incredula forse anche lei di quell’incontro edenico. Ricambiai lo sguardo e ricaddi ancora nei suoi occhi e da qui su un altro colle e un altro e un altro ancora, come giù per uno scivolo d’erba interminabile. Quel rapporto di sguardi si era ormai trasformato nell’azione del sondare le rispettive profondità, senza però trovarne limite, mentre sempre restava saldo il desiderio di accogliere un’assurda indeterminatezza nell’animo dell’altro, nella timida e celata speranza di una continua ricerca. Fallito il mio tentativo con il terreno erboso, cercai un contatto con la ragazza alzando la mia mano tremante per carezzarle il viso, al fine di capire quanto vera fosse la consistenza della persona che mi si trovava davanti.
Lei però chiuse gli occhi, ed una spinta prepotente mi catapultò sulla panchina della stazione.
Feci solo in tempo a vederla di spalle, mentre saliva sul treno, il treno su cui anch’io avrei dovuto salire; ma ormai non possedevo più le forze per alzarmi e seguirla sul vagone – forse non le avrei avute mai – e stetti fermo, seduto immobile, a guardare le porte automatiche che si chiudevano separandomi per sempre da lei. Chissà quanto durò quell’unione, forse solo una frazione di secondo; e come era stato terribile sentirsene privati; e che vanità le mie fantasticherie. Lo stridio del treno sulle rotaie rimosse ogni residuo di sognante serenità.
Rimasi lì, impietrito, per molti minuti.
Nella nebbia urbana e nella febbricola. Nebbia febbrile.

“Quando avrà mai fine questa agonia?”, pensai, disfatto nell’animo per l’ennesima illusione venuta a mancare e che di nuovo mi lasciava prosciugato dai sentimenti, buttato da qualche parte per il mondo ed in preda all’inerzia, maledetta inerzia.
Questa era infatti la sensazione preponderante dopo una grande gioia: disidratazione e incapacità ad agire. E non si poteva spiegare a nessuno! Mi è successo qualcosa di bello ed io come reagisco? Mi consumo tutto in esso, e poi ho bisogno di riprendere le forze, nutrendomi con una flebo di abitudinarietà e piaceri misurati, stando lontano dagli sbalzi. Ma in quei giorni quanti sbalzi!

Avevo perso il treno, e non avevo alcuna intenzione di aspettare il prossimo perché ormai sembrava tutto privo d’attrattiva ed ogni mia azione sarebbe stata inutile e troppo poco appagante. Perché poi andarti a trovare se in quel momento versavo in quella condizione tanto ridicola? Non avrei fatto che ferirti con la mia apatia. Dovevo assolutamente trovare una giustificazione al mio malessere.
La febbre mi dava più fastidio di prima, così corsi a casa per misurarla con il termometro. Il percorso a piedi non mi fece bene ed ora ero convinto che fossi davvero un malato grave.
Il termometro parlò: 37.4 °C.
Ridicolo.

Due soluzioni mi balenarono in mente: curarmi per levarmi quella febbricola di dosso e tornare attivo; oppure volgere al peggio la febbre, per avere una scusa alla mia inettitudine. Ebbene sì, il mio male era ancora troppo debole per richiedere la pietà altrui ma abbastanza intenso da rendermi un individuo totalmente passivo agli eventi, e questo era insopportabile. Volevo il dolore vero o la gioia vera, non una squallida via di mezzo. In ogni caso, capii presto che avrei scelto la più facile via dell’autoflagellazione.
Intanto ti chiamai (non so se ricordi quella chiamata) e ti dissi che avevano cancellato tutti i treni della mattina e non sarei potuto arrivare. La realtà era che uno sguardo negato mi aveva schiacciato in un inarrestabile dispiacere generale di cui la febbre era solo partecipe in minima parte.

Ricordo perfettamente che, terminata la chiamata, cominciò a cadere qualche goccia di pioggia. Non feci assolutamente nulla per evitare di bagnarmi e prendere freddo, nulla. Era troppo forte la speranza perversa di stare ancora peggio; palesare a tutti la mia infima condizione; saltare il lavoro quel pomeriggio; smettere di seguire convenevoli e abitudini cittadine alienanti; rinunciare al “dopo” per abbandonarmi ad un “adesso” senza noiosi progetti; distinguermi e ribadirmi come individuo in quanto senziente e quindi sofferente; sognare la mia iscrizione funebre scritta con cinico sarcasmo sulla porta di casa, per attirare almeno l’attenzione dei vicini. Peccato che senza un pubblico ogni mio gesto sarebbe stato indifferente al corso delle umane attività.
Passeggiai a lungo e a caso, tenuto al guinzaglio dall’angoscia e dalla solitudine, le quali sentivo come se mi passassero un coltello affilato su e giù per la pelle del petto e la pancia, minacciando di scuoiarmi da un momento all’altro.
Nel momento in cui mi sentii quasi tentato di sdraiarmi sul marciapiede in segno di resa, mi resi conto che era di nuovo crepuscolo, ma stavolta mattutino e beffardo. Non c’era modo di poterne godere in contemplazione, visto il mio stato psico-fisico; eppure realizzai una cosa: il crepuscolo stava sospeso fra la notte e il giorno o il giorno e la notte, e similmente mi trovavo io fra la malattia e la salute, fra lo star bene e lo star male. Come mai allora era impossibile sublimare la mia febbricola? Non era la febbricola il mio crepuscolo? Risi istericamente a quel pensiero. Poi tornai serio e m’incamminai verso casa tutto crucciato.

Non mi mossi per i successivi dieci giorni. Tagliai ogni tipo di comunicazione, lasciai il lavoro e rimasi perlopiù nel letto tutto il tempo, anche se ormai ero guarito dalla febbre.

Il 13 febbraio qualcuno bussò alla porta. Erano due carabinieri; mi chiesero conferma del nome, mi diedero una busta, espressero le loro condoglianze, se ne andarono.
Quel giorno diedi addio ad ogni “febbricola”, ad ogni inerzia.
Caddi in terra in lacrime, sviscerato dalla lama del dolore.

È curioso come quella distruzione di sé che in quei giorni andavo scelleratamente a cercare mi venne incontro come un pugno nello stomaco, all’improvviso, quasi a volermi dimostrare la mia stupidità e cattiveria, tutte in un solo momento. Allo stesso tempo, quel fatto mi ricordò del mio straripante egoismo grazie al quale per settimane evitai di andarti a salutare, senza motivo, senza giustificazione, come quando si ignora un problema col pensiero fisso di poterlo risolvere “più tardi”. Ecco quale problema, quale dolore cercavo di sublimare mentre guardavo il crepuscolo; ecco cosa mi stava sfuggendo di mano, cosa scivolava nell’oscurità e che io volevo ignorare.

Tutti questi pensieri riaffiorarono drammaticamente davanti alla tua lapide.

La tua era una sistemazione indegna in confronto alla persona che eri stata: un marmo spoglio con due scritte e una foto sbiadita. Per di più alla tua destra si trovava la tomba di un ragazzino di dodici anni, adornata da tantissimi fiori freschi e oggettini di vario genere. Incredibile quanto svalutiamo il valore di una persona via via con l’età che accumula. Cos’aveva quel bambino in più di te per meritare tutto quello sfarzo? Nulla di essenziale, probabilmente poco prima di morire aveva più legami di te, più relazioni che lo rendevano ancora “utile” a chi gli stava intorno. Con il tempo, restando in vita, sarebbe stato svalutato e dimenticato anche lui, invece fatalmente non dovette soffrirne le conseguenze.
Al contrario, tu non avevi più niente, mamma: io stesso ero scomparso e ti avevo rottamato.

Ma finalmente sono tornato, perché ho capito. Ho capito che quella febbre era la preparazione al giorno della tua morte. Solo tu potevi amarmi al punto da non lamentarti mai della mia terribile noncuranza nei tuoi confronti. Ed io sono qui per ringraziarti per il tuo silenzio e la tua pazienza che mi hanno dato una lezione di vita che sopravvive alla tua fine.

Sai mamma, scrivendoti questa lettera mi è parso di perdere un braccio. Sì, un braccio. O comunque qualche altra parte del corpo, qualche tessuto, qualche cellula. Chissà, magari se insisto e faccio correre e correre ancora la penna mi disarticolerò completamente, per poi poterti donare ogni mia parte e vederti ancora una volta viva davanti a me, a costo di rinunciare io stesso a qualche funzione corporea, solo per avere di nuovo la possibilità di dirti quanto ti voglio bene, o anche solo per farti leggere effettivamente queste mie parole, le quali solo una qualche fede ultraterrena potrebbe convincermi che ti verranno comunicate.

Non potendo fare altrimenti, appoggio questa lettera al tuo marmo: sarà il tuo epitaffio.

Con affetto,

figlio

Arcobaleno

Oh, come sente tanto la vita quel mio amico.

Mi viene in mente l’estate: le giornate assolate di caldo imperterrito; la natura verde, viva e brillante; la nostra libertà di correre fuori e di sentirsi leggeri davvero. Niente sembra concorrere alla gioia lucente di questa stagione, se non quando il clima ne è esausto, e noi con esso. Allora, così come un forte pianto sfoga e medica una delusione d’amore sorta per colpa della persona che ci aveva solo illuso di renderci lieti eternamente, allo stesso modo la tempesta sfoga e spazza via quel calore che, da piacevole, era diventato un’afa insopportabile.
Il dolore del cuore spezzato tornerà, l’afa tornerà; ma nel frattempo la pioggia delle lacrime e la pioggia del cielo ci regalano una pausa. L’estate è anche fatta da violente e scroscianti pause.

Ebbene, il mio amico sente la vita come vivesse sempre d’estate: i suoi sbalzi d’umore sono la sua regolarità, la sua abitudine, come per l’estate è abitudine alternare il sole agli acquazzoni.

Oltre a ciò, ci sono di quelle volte, tanto magiche e rare, che egli, come il clima estivo, riesce a costruire qualcosa di speciale. Questo avviene quando la luce e la tempesta della sua estate interiore e perenne si incontrano e formano atti di pura passione, pennellate lucenti mai viste prima. Infatti, il suo animo piange, ma le lacrime sono attraversate da una luce quasi divina, solare, creatrice: i raggi si disperdono e si rifrangono nelle gocce del pianto, creando un arco luminoso che la nostra vista non può che contemplare.

Mi rivolgo a te allora: che sorriso malinconico questo tuo arcobaleno, amico mio!

Io sono qui a scattare foto a quel ponte di colori, ma lo desidero così tanto toccare che non posso non avvicinarmi. Lo faccio sempre: corro verso il tuo arcobaleno, ma avvicinandomi lo vedo sfuggire progressivamente. Poi, quando si è spostato del tutto, do un’occhiata all’ambiente circostante e ti vedo: ti dimeni tanto per creare la tua opera, la vuoi spingere più in alto e farle abbracciare più terra possibile; ma nemmeno tu riesci a toccarla, al contrario la vedi e la senti a tuo modo, unicamente.

Ma non capisci che sei tu?! Sei tu l’arcobaleno, per quanto esso sia instabile e soggettivo per tutti! Mentre lo crei, guardati! E guardati anche per tutti i tuoi prossimi dipinti, anche se avranno sfumature così diverse fra loro. Sii da esempio per tutti e diventa lo spettatore di te stesso! Ogni sofferente dovrebbe diventare spettatore di sé, dovrebbe fermarsi a guardare l’arcobaleno che ha costruito da solo con le proprie lacrime e la propria luce!
Amico, apri gli occhi prima che sia troppo tardi!

Alla fine lo spettacolo si spegne; ci resta solo l’odore della pioggia lacrimosa e il dolce ricordo del tuo disegno nel cielo, mentre il tuo sole sbircia timidamente fra le nuvole e comincia ad asciugarti i prati e le strade del viso.

Lo so che hai paura di non essere nel cielo di tutti ma di dipingere piuttosto sul fondo di una cascata; hai paura di essere un prisma rifrangente in solitudine. Ma lo sai, anche in tal caso qualcuno ci sarà sempre: tu, amico di te stesso.

Non farti travolgere dall’impeto delle tempeste estive, fai filtrare il sole: ho bisogno dei tuoi arcobaleni ancora a lungo.

Resta, per favore.

Ricordar-sé

Guardo l’ora: è tardi, ho un treno da prendere. Ho un esame da fare, credo. Mi butto dal letto e mi vesto in 10 secondi. Bagno. Cartella. Stazione. Ci siamo: io, me stesso, quell’altro…no no, io e basta. IO.

Il viaggio è teso. Guardo fuori dal finestrino del treno per calmarmi e mi godo un paesaggio che sembra fermo nel tempo, il mio tempo. Purtroppo, non dura molto: il quadro luminoso si spegne, come colto da un black out, e le montagne vengono interrotte da una nuova immagine. È un’immagine sfigurata, di me. Impaurito, mi specchio nello schermo spento del cellulare e mi tranquillizzo: sono sempre io.
Mi guardo intorno e non vedo nessuno. Mi ripeto sottovoce: “Io sono me, io sono me”.

Il treno arriva a destinazione. Fra due sguardi torvi e tre spallate riesco a raggiungere la metro. Apri, chiudi, sali, scendi, ignora, spingi, sparla, accendi, spegni. Tre o quattro fermate e posso finalmente continuare il viaggio camminando. Lascio indietro la puzza di bruciato dei freni e tanta, tanta moltitudine; non individui: ombre.
Entro in università e colgo ancora moltitudine, ombre. La gente mi chiama con un nome strano, non capisco. Ci sono grandi potenzialità in ciò, tanta gioia all’avvenire, mi dicono. “Vivila fin che puoi!” suggeriscono.
Scambio due parole con un tizio. È un ragazzo gentile, un po’ strano, timido forse. Mai visto prima, comunque. Ma la mia storia? La conosce, vero? Io posso fare a meno della sua. L’ho già capito al primo sguardo, o no? Per quanto mi riguarda, no, non puoi avermi conosciuto… Ora potrei reinventarmi, ricostruirmi da capo! Ma perché? Non voglio. Era questa la potenzialità? Non voglio essere in potenza, io voglio essere già in atto e voglio cogliermi, e farmi cogliere! E poi non mi sono mai inventato di fronte agli altri, non ho mai recitato. Io sono fisso…credo.
Saluto il tizio e vado in bagno. Mi guardo nello specchio e mi ripeto: “Io sono me, io sono me”.

Torno in aula. Faccio l’esame. Finito. Pensavo ci fossero altre parole da spendere, ma no, per quel giorno – in quell’aula, a quell’ora – mi ero auto-definito a sufficienza, pare. Passeggiando, mi allontano dall’università e mi accorgo che il ricordo della mattinata si sta sgretolando e l’unica questione che mi si presenta è: “Ma, stamattina, chi ero?”. Sento che bisogna descrivere tutto, prima che il tutto svanisca.
Scrivo a due, tre persone e mi sento a posto. Ora sento quella sensazione che ti fa dire che qualcosa hai combinato per davvero, ed è bello vedere che si ricompone anche la faccia di quel tizio strano di cui non ricordo il nome. Alla fine sono soddisfatto della storia che ho scritto appositamente per lui, anche se lui probabilmente non lo sarebbe, leggendosela.
Sono le 14 e ho una fame da far venire il mal di testa, ma il mal di testa non arriva. Ora sembra che possa pilotare ciò che mi avviene e tutto potrebbe benissimo non succedere: posso non mangiare, poi basterà dire che ho mangiato e avrò la pancia piena. All’improvviso, però, ho una visione terribile: il cemento della strada si solleva, si rompe e muta in sterrato; le vie si scambiano i nomi; i volti delle persone si chiudono a cerniera e sbiancano. Io non mi sento tanto bene, io non mi sento.
Mi metto in un angolo, vomito, e, affannosamente ma con insistenza, mi ripeto forte: “Io sono me, io sono me!”.

Striscio verso un palazzo e apro la porta d’ingresso a fatica. Tutto si calma. Mi trovo in un’ampia sala, lunga e alta; sento che le pareti sono fredde, è umido. Riprendendo fiato, mi guardo intorno e noto dei dipinti d’altri tempi, come immuni al divenire: è tutto così maestoso e stabile, forse qui troverò un po’ di tranquillità. Dopotutto, pare che questa sia la dimora del motore immobile: da chi meglio si potrà imparare ad essere nella maniera più eterna e certa se non da Lui?
C’è qualcuno che sul fondo della sala sta parlando e, non so bene per quale motivo, capisco che sta parlando con me, sta parlando di me. Il suo però non è un semplice parlare: mi sfotte e mi insulta, vuole mettermi in catene. Mi avvicino per poter capire meglio, ma altri due uomini mi allontanano buttandomi a terra, in ginocchio. “Non è ancora tempo per giocare!” dice uno dei due “prima congiungi le mani e pentiti! Se vuoi picchiare qualcuno, devi essere libero dal peccato di aver picchiato qualcun altro”. Quello che sembrava essere il luogo della pace, ora mi spaventa. È il passato lontano che ritorna e mi guarda maligno, rimproverandomi delle mie attuali debolezze; lo vedo riapparire come un fotogramma e impallidisco, perché lo credevo morto e sepolto. “Sarebbe tutto diverso se mi avessi seguito. Potevi chiudere un occhio e fare come gli altri” dice il passato d’infanzia da quella finestra d’infelicità che volevo chiudere alla vista della memoria. Aspetto che i due loschi figuri si dileguino e scappo via. Apro a calci il portone d’uscita e urlo: “Io sono me! Io sono me!”.

Corro alla metro. Da metro a treno, treno-casa. Ho evitato tutte le emozioni del viaggio, ignorandole quando passavano, abbassando lo sguardo sullo smartphone. Dopotutto, forse, bisogna fare così. Ma si sa che i demoni ritornano sempre.
Mi sento mancare e abbraccio la mia fidata amica, compagna di vita: la cassa a sei corde. Con lei si è sempre potuto dire ciò che non sembrava possibile dire a nessuno. Con lei si riesce a parlare con sé stessi. Eppure, oggi qualcosa non va: lei tace e mi spinge via. Le mie mani scivolano, il legame si spezza e anche le mie dita si ammutoliscono. Le note restano – come me – impolverate, in potenza; così invecchio e non posso più parlarmi.
Non riesco più a dirlo, perché ho perso il mezzo per farlo; quindi lo penso, disperatamente: “Io sono me! Io sono me!”

Prendo un quaderno e scrivo ora, giorno, mese e anno. I miei pensieri trovano dimora, per esteso; sicuramente io diventerò me, per sempre. I fatti e le riflessioni rimangono registrate sui fogli e, ora che ho una storia, ho anche un me presente. Eppure, ancora qualcosa si deteriora e muta pericolosamente nell’ignoto; realizzo che nulla resta, se non condiviso. Ma non riesco, non posso condividerlo: è tutto troppo mio e gli altri ne farebbero carne da macello. Fisso le pagine, aspetto per ore, e, con il tempo, si sbiadisce anche l’inchiostro. Mi accorgo però che non sono passate ore, sono passati mesi, senza che me ne rendessi conto. Sono quindi in ritardo con il tempo, mi è scivolato sopra, proprio quando pensavo di averne il controllo.
Ho bisogno di dirmelo, ma non so nemmeno più come pensarlo: “Io sono..i…me…”.

Apro un altro quaderno, più bianco che mai, ci scrivo il mio nome (il mio preferito), e lo appendo su un albero. Lo inchiodo sul cazzo di albero. Dico: “Questa sarà la mia nuova pelle e, di tanto in tanto, tornerò ad abbellirla di parole”. È una denuncia nostalgica del me stesso che più mi piace e che non voglio perdere. Così finalmente posso dire: “Io sono questo”, in pubblica piazza. Ho il mio tatuaggio pubblico ora, nessuno me lo può strappare; ora so che io sto. Nei momenti di incertezza potrò sempre tornare a leggermi il quaderno, guardarmelo vivido addosso; vedendolo come inciso nella mia pelle-corteccia d’albero, capirò immediatamente qual è la mossa da fare per raggiungere il mio senso. Non solo io, tutti avranno l’occasione di vedere me e la mia strada già tracciata! Dovessi anche perdere la memoria, o gli altri perdere memoria di me, potrò comunque ricordare al mondo ciò che sono, facendo affidamento ai pochi fatti che mi sono tatuato addosso.
Ho pensato per un istante che questo bastasse per non dimenticare la mia essenza, eppure, sotto sotto, sapevo che era un’illusione; da non crederci, ci sono cascato ancora. Sapevo che la moltitudine uccide l’individuo ed io mi sono consegnato alla moltitudine. Sapevo che fra duecento persone sarei stato sempre meno individuo di quello che sarei stato in un deserto, da solo, con i miei pensieri. Ma, oltre a questo, quante cose rappresento anche da solo per me stesso? Forse il problema è che sì, la moltitudine uccide l’individuo, ma l’individuo è, a sua volta, moltitudine. Più che individuo, io sono persona, cioè, come tradizione etrusca vuole, maschera di un teatro. In quanto maschera, nulla mi vieta di mutare conformazione, anzi, sono obbligato a farlo. È chiaro, sono uno schermo bianco – come il mio quaderno – su cui si proiettano tante, tantissime immagini da troppi punti di vista. Ma io non mi riconosco fissamente in nessuna di queste immagini, non mi riconosco in nessuno, o mi riconosco… in nessuno.
Basterebbe accettare la molteplicità, come fa il vero saggio; egli ascolta il fiume e, con un “sorriso dell’unità“, Tutto riunisce. Il suo sorriso riunisce le forme passate, presenti e future e dopo, forse, di nuovo tutte queste, da capo… in eterno. Eppure, non so se io riuscirò mai a tenermi tutto insieme, perché già i miei volti mi lacerano dall’interno.
Scendo in strada ad un’ora serale indefinita di un giorno ormai indefinito e, passando vicino ad un bar, sento la radio: “…sono solo, solo il suono del mio passo…” *, queste le uniche parole che colgo della canzone. Faccio per attraversare la strada, ma sono distratto, perché ripenso a quella frase che mi ripetevo sempre e che ora mi sfugge, mi sfugge come mi sfuggì il mio vecchio peluche che, cadendo nel fiume, venne trasportato via dalla corrente assieme a tutte le altre cose contingenti. Sono già a metà carreggiata che all’ultimo momento vedo un auto che mi arriva addosso.

Buio.

Mi sveglio.

Sogni del genere non capitano tutti i giorni, mi son detto. Stasera lo scriverò per bene, così che non me lo dimentichi. Devo ricordarmi di non dimenticarlo. Ma ora ho ben altro a cui pensare. Guardo l’ora: è tardi, ho un treno da prendere. Ho un esame da fare, credo.

Nota:
 * testo tratto da Impressioni di Settembre, PFM

Il nulla è la realtà ultima?

Chiarire da subito il titolo dell’articolo sarebbe inutile: sembrerebbe comunque privo di senso.

Per questo motivo, inizio il mio discorso ponendo una domanda a chi legge: qual è la prima cosa che faresti per capire che una cosa che stai guardando con i tuoi occhi è reale e non una tua semplice allucinazione o un tuo errore di prospettiva? Non chiederesti forse a qualcun altro di dare un’occhiata per vedere se quella cosa la vede anche lui e quindi è reale per tutti? Questo atteggiamento è analogo a quello di Einstein:

Reale per Einstein significava indipendente dall’osservatore, e l’unico modo per capire che cos’era indipendente dall’osservatore era confrontare tutti i punti di vista possibili e sperare di trovare quelle rare chiavi di volta che non cambiano dall’uno all’altro. Quello che è reale è quello che è invariante.

Il testo di questa citazione si trova nel libro del 2014 “Due intrusi nel mondo di Einstein” di Amanda Gefter, giornalista scientifica americana.

La ricerca della realtà ultima, quindi di ciò che è invariante e che perciò non dipende dal singolo osservatore, è l’ossessione della scrittrice e protagonista di questo libro-racconto-percorso-delirio.
La Gefter ci racconta di come si sia trovata in piena adolescenza ad affrontare una domanda che le avrebbe cambiato la vita, questa domanda gliela pose suo padre: “Come definiresti il nulla?”. Per quanto possa sembrare astratta e filosofica, questa è la domanda che portò poi la ragazza a studiare la relatività einsteiniana, la meccanica quantistica e ad intervistare numerosissimi fisici contemporanei sulle loro più complicate teorie, pensate per dare una spiegazione a tutte le cose. Il tutto con un unico fine: stabilire se la realtà fosse riconducibile stabilmente (cioè in maniera invariante) presso qualcosa (per esempio lo spazio, il tempo, le particelle, la luce) o se il reale non fosse nient’altro che nulla.

Devo ora definire che cosa si intende qui con nulla.
Il nulla è, per la Gefter, “uno stato infinita, illimitata omogeneità. Questo stato non è quindi una mancanza d’essere, non è non-essere come l’avrebbe definito Parmenide. Al contrario, il nulla è come un qualcosa privo di bordo, ma un qualcosa privo di bordo che si estende quindi all’infinito non è qualcosa: è indefinibile,  è, appunto, nulla. Il processo tramite il quale il nulla diventa qualcosa è quando gli poniamo dei bordi, cioè un confine che lo racchiuda e lo definisca in un’altra conformazione finita.

Per capirici meglio, cito un esempio dal libro:

È come se tu costruissi un castello di sabbia sulla spiaggia e poi lo distruggessi. Dove va a finire il castello? La ‘cosità’ del castello era definita dalla sua forma, dai confini che lo differenziavano dal resto della spiaggia. Il castello e la spiaggia, il qualcosa e il nulla, sono solo due configurazioni differenti.

Torniamo ora al discorso invariante/non invariante. La disperata ricerca della Gefter verte, quindi, su quelli che sembrano i migliori candidati ad essere gli invarianti per ogni osservatore, ad essere cioè, come si è detto, la realtà ultima. Inesorabilmente, ella si ritrova a cancellare dalla sua lista qualsiasi cosa e questo lo fa grazie, come ho accennato prima, al parere dei migliori fisici odierni.

Un caso noto di dipendenza dall’osservatore è quello di spazio e tempo. La relatività ristretta di Einstein ci ha mostrato infatti come la misura di entrambi dipenda dal moto dell’osservatore, per questo si verifica, ad esempio, una “dilatazione del tempo”: ogni orologio in moto rispetto a noi marcia più lentamente.
Per gli altri casi di “dipendenza dall’osservatore” esaminati nel libro, non entro nel merito: è tutto troppo complicato e sinceramente ci ho capito ben poco. Resterò sul generale per mettere in risalto le conseguenze del ragionamento del libro.

Tutto sembra dipendere dall’osservatore. L’osservatore è quindi destinato a crearsi una sua personale realtà? Il nulla è l’unico invariante? L’osservatore crea qualcosa dal nullaMa come è possibile? Come fa? E se l’osservatore crea la realtà, da chi è creato l’osservatore?

Siamo giunti alle domande fondamentali che sono oggetto del libro e partono dalle considerazioni di un fisico: John Wheeler.

Wheeler si chiese se l’universo non fosse composto dall’informazione conferitagli dagli osservatori, un fenomeno indicato con l’espressione it from biti bit di informazione che nascono dalla misurazione dell’osservatore sono ciò che costruisce l’universo stesso (it).

Per chiarire questo fatto apparentemente paradossale, è utile introdurre l’esperimento più noto di cui si è servita la meccanica quantistica: l’esperimento della doppia fenditura, ma nella sua versione suggerita da Feynman.
Detto velocemente. Sistemiamo due schermi parallelamente, di cui uno dotato di due fenditure. Sparando uno alla volta degli elettroni (quindi particelle dotate di massa) contro lo schermo con le fenditure, potremo essere in grado di osservare la loro posizione sul secondo schermo, dopo il presunto passaggio in una delle due fenditure.
Dopo aver sparato un buon numero di elettroni, potremo osservare, sul secondo schermo, una situazione strana: gli elettroni si addensano su delle strisce a bande scure e chiare, producendo la stessa figura d’interferenza che si formerebbe se l’esperimento fosse svolto con un’onda.
Mi spiego meglio: noi ci aspettavamo che gli elettroni sarebbero apparsi sul secondo schermo come dei proiettili sparati contro le fenditure (analoghi agli elettroni sparati uno alla volta), formando più o meno questa figura qui:

slitproiettili

Il problema è che la figura che formano gli elettroni è la stessa che formerebbe un’onda lanciata contro quelle due fenditure:

slitelettroni.jpg

Cosa significa ciò? I singoli elettroni si comportano sia come onde che come particelle: interferiscono fra di loro ed è quindi come se ognuno di loro passasse da entrambe le fenditure contemporaneamente (come farebbe un’onda, appunto); poi gli elettroni si rivelano a noi come corpuscoli (particelle), ma solo quando finiscono sul secondo schermo. (Una spiegazione più chiara la si trova qui, da dove ho rubato le immagini).

Incasiniamo le cose ancora di più: proviamo a porre un rilevatore vicino alle due fenditure, per vedere che percorso fanno effettivamente gli elettroni: magicamente l’elettrone passa per una sola fenditura e la figura di interferenza dell’onda scompare.

La Gefter si chiede, riguardo questo fatto: “Perché l’atto del nostro controllare dovrebbe fare una qualsiasi differenza?“. Noi sappiamo che prima della misurazione dell’osservatore il sistema descritto sopra si trova in più stati, ed è solo quando lo misuriamo che “collassa” in uno stato singolo (di corpuscolo, in questo caso).

Wheeler ci dice: prima della misurazione dell’osservatore non c’è nessuna realtà, non c’è alcun percorso compiuto dall’elettrone, c’è solo la sua probabilità di trovarsi in un punto rispetto ad un altro. Questa probabilità è dettata dalla funzione d’onda dell’elettrone ed è l’osservatore che fa collassare la funzione d’onda con la sua misurazione, “decidendo” così la natura dell’elettrone.
Con questa scelta ritardata, l’osservatore “crea” la storia, la storia precedente alla sua misurazione. E con questo si intende che l’universo è composto di informazione, generalizzando al mondo intero il fenomeno quantistico della doppia fenditura.

L’osservatore crea quindi la sua realtà e questo lo fa perché interagisce con il mondo, lo perturba misurandolo. Questo aspetto è molto importante: noi non abbiamo un punto di vista privilegiato, non guardiamo le cose dietro una spessa lastra di vetro senza modificarle, non siamo cioè dotati del cosiddetto “occhio di Dio” esterno all’universo.
No, noi siamo dentro l’universo, siamo parte dell’universo, siamo l’universo che si osserva, perciò “l’universo è un circuito autoeccitato”. Questo significa che l’universo genera l’osservatore, il quale a sua volta dà significato all’universo attraverso l’informazione (it from bit, dicevamo).

Dialogando con Carlo Rovelli, fisico italiano, la Gefter capisce che Wheeler aveva torto nel pensare che l’universo si componesse della somma di informazione conferita da una moltitudine di osservatori. Al contrario pare esserci UN solo “occhio” per universo: ogni osservatore crea il proprio universo.

Da dove si crea questo universo? Dal nulla. Il nulla è lo stato di simmetria perfetta, privo di alcun tipo di informazione. Si acquisisce informazione dal nulla – trasformando il nulla in qualcosa – quando gli poniamo un bordo. “Il bordo rompe la simmetria, producendo informazione“. Noi produciamo qualcosa misurandolo, come quando apriamo la scatola e vediamo se il gatto di Schrödinger è vivo o morto: prima di misurare può essere sia uno che l’altro, perché è in uno stato di sovrapposizione.

Non essendoci quindi alcun tipo di invarianza da osservatore a osservatore, ma concludendo la “relatività” di ogni cosa, solo il nulla resta in comune per tutti; così la Gefter conclude che “il nulla è realtà ultima.

Al termine del libro c’è questo dialogo molto significativo, direi, che ribalta la visione realista per come l’abbiamo sempre pensata:

“Conosci la storia della caverna di Platone?” chiese papà. “Tutti i prigionieri sono incatenati nella caverna e non possono vedere il mondo reale esterno, ma solo le ombre sulla parete… La si ritiene una cosa negativa, come se loro non riuscissero mai a conoscere la realtà. Ma la verità è che bisogna essere inseriti entro un sistema di riferimento limitato perché vi sia una qualsiasi realtà! Se non fossi incatenata al tuo cono di luce, vedresti il nulla.”

In un certo senso la realtà non esiste, almeno secondo la nostra concezione classica che fa riferimento a “qualcosa che sta là anche se non la guardi”; invece da questo nuovo punto di vista siamo noi a creare la realtà. È strano, dobbiamo essere “incatenati” a qualche punto vi vista per vedere qualcosa.

Queste conclusioni sono molto forti e inquadrano la fisica e la scienza in generale non più come analisi di una realtà già data, ma come “marchingegno dietro l’illusione che ci sia un mondo“. L’idea di creare un mondo misurando (non immaginandolo a proprio piacimento come una favola, ricordiamolo) è piuttosto inquietante, questo perché speriamo sempre che ci sia davvero qualcosa di reale oltre a delle ombre, qualcosa di fisso, invariante, come pensava Platone quando scriveva il mito della caverna.

Il discorso potrebbe continuare con precisazioni, dubbi e altro. Per ora, mi fermo qui, ma il discorso nulla-realtà merita altre analisi, anche in altri campi, ad esempio l’individuo e la coscienza, ricordando sempre che siamo tutti buttati nello stesso universo e difficilmente si può separare un discorso dall’altro. Probabilmente fisica, filosofia, sociologia, psicologia e tante altre discipline stanno cercando di scoprire tutte la stessa cosa, ma usando parole diverse e percorrendo strade diverse. “Com’è fatto il mondo?”, “chi sono io?”, che siano la stessa domanda? To be continued…

Elogio (e invidia) degli uccelli

Questa primavera mi è capitato di guardare spesso delle margherite, attraverso delle finestre. Le ho fissate parecchio.
Eh sì… ho problemi.

Mi chiedevo: cosa le rende così belle nella loro semplicità? Perché noi umani siamo così lontani da quell’armonia, da quella leggerezza? E’ come se guardandole avessi trovato un sollievo diverso dal sollievo che noi cerchiamo quando “turbiamo” quel tappeto d’erba e margherite sdraiandocisi sopra mentre fumiamo una sigaretta.
Un sollievo che mi ricordava quello della musica.

Allora cosa si può armonizzare a loro se non la spontanea musica del canto degli uccelli?

Prendo a piene mani dall’operetta Elogio degli uccelli di Giacomo Leopardi:

Gli uccelli per lo più si dimostrano nei moti e nell’aspetto lietissimi; e non da altro procede quella virtù che hanno di rallegrarci colla vista, se non che le loro forme e i loro atti, universalmente, sono tali, che per natura dinotano abilità e disposizione speciale a provare godimento e gioia: la quale apparenza non è da riputare vana e ingannevole.

Gli uccelli cantano e ci allietano, sono felici e sono sinceri nell’esserlo.
Leopardi, poco oltre, dice che questo loro canto è assimilabile ad un riso e che per questo partecipano con l’uomo al privilegio della risata.
L’uomo si presenta come l’animale che più sa soffrire, ma anche capace eccezionalmente di ridere. Anzi: più soffre, più ride.

Per gli uomini, continua Leopardi :

il riso è specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento e delirio.

Qui l’elogio di Leopardi si avvicina a l’ Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam, dove la Follia tesse le lodi di sé stessa, Follia che si autodefinisce come fonte della felicità umana. Se quindi il riso umano è assimilabile ad una situazione di insanità – siccome l’uomo è destinato ad una condizione misera e infelice che non comporterebbe alcun tipo di ilarità – allora stiamo sostenendo l’assoluta supremazia dell’irragionevolezza (follia) su ogni tipo di serietà e stile di vita “quieto”.
A questo punto sarebbe facile cadere nell’errore di sostenere l’assoluta priorità dei piaceri immediati che una follia sconsiderata ci insegnerebbe ad inseguire, piaceri di cui ho già parlato qui in maniera piuttosto critica.

Dove sta allora lo scarto fra il nostro riso e quello degli uccelli? Dove il distacco fra la nostra follia e la loro follia?

Leopardi sottolinea che gli uccelli sono dotati di un’immaginativa “ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti”, sorta grazie ai loro sensi sviluppati e la loro tendenza naturale al moto. Una vivacità utile a privarli del peso della noia.
Non è l’immaginazione dei grandi poeti a fare assolutamente felici questi esseri, è la loro innocente inconsapevolezza della loro condizione esistenziale, condizione simil-fanciullesca.

E per come la vedo io, per noi umani, quella fanciullezza non è che un miraggio, un’utopia, nemmeno i bambini la vivono mai, stretti dai condizionamenti esteriori. La fanciullezza è un’idea e tale resta.
Solo gli uccelli sembrano ridere ed essere felici in maniera “pura” e si possono permettere quegli errori dolci, perdonabili.

Non ci resta che contemplare l’armonia di questi esseri? Dobbiamo ammettere che la nostra soddisfazione personale non potrà mai essere anche solo prossima alla sincerità degli uccelli e delle altre creature apparentemente inconsapevoli? Non ci resta che ammettere la nostra condizione di oscillante pendolo fra dolore e noia che Schopenhauer aveva denunciato?

E se si potesse essere come gli uccelli? A volte mi sembra che qualcuno ci riesca, anche fra noi uomini, e non posso negare che sia quello che ho pensato prima di scrivere l’articolo.
Allora qui sopraggiunge l’invidia.

Invidia per quegli individui che sembrano non essere soggetti alla prigionia del desiderio umano più forte che in ogni altra creatura.

Invidia per chi quel pendolo che oscilla fra dolore e noia lo vede come un’altalena: ci salta su, si diverte, ride, non sente il passare passivo del tempo scandito dal suo oscillare.

Loro, allegri nel loro peregrinare instancabile, vivace, loro sembrano in armonia con il loro destino condannato al collasso, perché poco preoccupati di sentirne il divenire.

Simili agli uccelli, che cantano la loro gioia folle e sincera.

Simili alle margherite, che non penseranno mai al sole che d’estate le seccherà.

Ma forse queste persone non esistono per nulla e sono solo io ad inventarle, perché è facile e comune a tutti noi vedere gli altri più quietamente spensierati di sé stessi, quando in realtà questo non si può mai verificare.

Resta il fatto che, se almeno gli uccelli sono lieti come li descrive Leopardi, allora, come lui:

io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita.