La scutigera

Francesco era un ragazzino di 11 anni molto intelligente e curioso, e sin dalle elementari aveva dimostrato un grande senso del dovere ed una imperterrita diligenza nei confronti della scuola. Egli però non era solo bravo a studiare sui libri di scuola: persino nel tempo libero era infatti solito immergersi nell’approfondimento di svariati argomenti extrascolastici, così da essere sempre gravido di storie e aneddoti che poi andava a riversare con passione nei temi e nelle verifiche. Gli insegnanti avrebbero avuto piacere nel sentirlo parlare di quelle sue scoperte di fronte alla classe: forse sarebbe stato un modo per stimolare allo studio i suoi compagni più scansafatiche. Francesco però era molto timido e centellinava le parole con chiunque, figuriamoci di fronte ad una platea di 20 coetanei. In ogni caso lui si sentiva indubbiamente orgoglioso dei suoi interessi, ed era piuttosto sicuro che dietro ad ogni “eureka!” dei suoi amici ci fosse qualcosa che lui già sapeva.
Il lettore potrebbe ora pensare che il nostro protagonista fosse in qualche modo lo stereotipo del secchione che passa tutte le giornate sui libri, senza riuscire ad integrarsi socialmente. Sgombrerò quindi la mia narrazione da ogni equivoco: Francesco era sì timido, silenzioso e studioso, ma in nessun modo si può dire che fosse chiuso in sé stesso e reclinato su una scrivania ad imparare nozioni per riempire un vuoto di affetti. Egli si affidava alla compagnia di pochi ma fidati amici e alle cure della sua dolce e protettiva famiglia; nel profondo del suo animo sapeva di non avere bisogno di nient’altro: lui era felice così.
Tuttavia si sa che ogni giovanissimo – adolescente o preadolescente che sia – va incontro a dei cambiamenti radicali che spesso sconvolgono l’armonia della sua vita. È inutile perciò che spenda altre parole nel descrivere l’apparente eterna imperturbabilità di un undicenne, e mi avvierò subito a raccontare quando e come questa imperturbabilità fu infranta irrimediabilmente.

Tutto ebbe inizio una mattina scolastica qualunque, durante l’intervallo; i compagni di Francesco si erano riuniti sul fondo del corridoio e parlavano concitatamente di qualcosa. Non potendo non udirli mentre usciva dal bagno, Francesco capì che l’oggetto della discussione era un centopiedi, un centopiedi molto particolare chiamato scutigera coleoptrata. Aveva già sentito parlare di quell’animale, ma doveva riconoscere di non saperne nulla, così come non era mai riuscito a vederne un esemplare, nonostante fosse molto diffuso dalle nostre parti. I ragazzini ne parlavano come se avessero scoperto una miniera d’oro ed ognuno di loro raccontava eccitato le proprie esperienze delle volte in cui l’aveva incontrato.
Allarmato dal fatto di non essere informato come i suoi compagni, quel pomeriggio stesso Francesco si affrettò a fare una ricerca sulla scutigera. Il centopiedi in questione è dotato di un lungo corpo grigio-giallastro da cui spuntano 15 zampette; vive in ambienti tendenzialmente freschi e umidi, ma lo si può trovare in ogni angolo di una normale abitazione, quasi sempre nascosto agli occhi indiscreti. Guardando qualche immagine della scutigera, Francesco ne rimase vivamente disgustato, non potendo capacitarsi di come un essere immondo di quel tipo potesse aggirarsi nelle case – anche nella sua di casa – così indisturbato. Continuando ad informarsi, scoprì con sorpresa che quel mostriciattolo è del tutto inoffensivo per l’uomo e che solo in rari casi ci può mordere, solitamente senza recare gravi danni. Piuttosto, qualunque sito internet consigliava di non uccidere la scutigera, per la semplice ragione che essa è insettivora e quindi può essere d’aiuto nel liberarsi di altri insetti fastidiosi che tendono ad insediarsi nelle abitazioni e talvolta ad infestarle, come nel caso di cimici, formiche, termiti, pesciolini d’argento e zanzare. Insomma, non solo quella bestia rivoltante non è pericolosa, ma addirittura è un bene da preservare, qualcosa che, se si impara a conviverci, può persino rendersi utile nel combattere ciò che davvero ci dà problemi.
A Francesco quest’intera questione appariva alquanto grottesca, ma anche inquietante e perturbante, in quanto vi era in essa qualcosa di estraneo e familiare allo stesso tempo, come se la scutigera fosse sia un’entità esterna e lontana da lui, sia qualcosa a cui era legato inscindibilmente. Comunque non si volle soffermare oltre in riflessioni deliranti e tornò ai suoi impegni quotidiani.
Un ragazzino che si interessa di animali schifosi, che c’è di rilevante? Probabilmente sarei d’accordo con questa obiezione, se solo la scutigera non fosse diventata, nel giro di poco tempo, l’oggetto di una così sconvolgente fobia nei pensieri di Francesco. Molti di noi già sanno cosa vuol dire fare esperienza di una fobia, una fobia magari nata all’improvviso e presto pronta a perseguitarci giorno dopo giorno. Non è chiaro come essa insorga, ma forse basta che un’immagine, una frase colta per caso o una qualsiasi altra imprevedibile e traumatica suggestione precipiti come un seme maligno nella nostra fragile e fertile coscienza perché una fobia possa germinare, poi crescere, irrobustirsi, ramificarsi ed estendersi fino ad essere tanto ingombrante da non poterla più ignorare. È un processo di cui nemmeno ci si accorge, perché quando ciò avviene, una perversa angoscia si è già avvolta attorno a noi come una pianta rampicante che stringendoci coi suoi rami ci toglie il respiro, mentre lei tenta soltanto di aggrapparsi a qualcosa che la sostenga e la faccia sopravvivere.
Francesco non poteva sapere di avere ricevuto il seme della fobia, mentre davvero nessuno potrà mai sapere se ciò accadde quand’egli fece quella ricerca sulla scutigera o addirittura molto tempo prima.
Una cosa però è certa: la sua mente non sarebbe stata soffocata da una crudele pianta, ma da qualcosa di ferino e indomabile.
Ci vollero un paio di settimane ma infine, in un momento di noia mentre stava disteso sul letto della sua cameretta a fine serata, Francesco si ritrovò a rimuginare sull’ignobile centopiedi: “E se entrasse nel letto mentre dormo? Mi morderebbe? Farà male? Non ci credo che è innocuo. E se poi si riproducesse? Se infestasse la mia camera? A quel punto diventerebbe lui il problema; altro che insetticida provetto! Forse è già qui in giro da qualche parte. Lo sento, lo sento che è qui, è qui che si nasconde e mi vuole fare del male…
Per controllare il panico cercò di distrarsi mettendosi a leggere dei libri presi a caso da uno scaffale. Non avendo successo, provò allora a convincersi che la sua era una fissazione irrazionale e infondata, per non dire ridicola; in questo modo riuscì persino a farsi una mezza risata fra sé e sé, salvo poi notare che l’angoscia era più forte di ogni ragionamento e che essa tornava ogni volta a fare capolino nelle sembianze minacciose della scutigera, come in un circolo vizioso del pensiero. Prigioniero della sua stessa mente, Francesco non riusciva ad acquietarsi e si mise a battere i pugni sul letto, sul muro, su di sé, non trovando la chiave per evadere da quel suo male interiore. La notte era ancora lunga e solo quando fu sfinito dal lavorio della fobia, Francesco cadde in un sonno profondo.
Questa dinamica si ripeté per svariate serate successive, a volte in maniera più blanda, altre volte con grande sconquasso emotivo.
Perché si era così fissato su quell’animale? Di primo acchito diremmo che lo temeva e che l’avrebbe evitato a qualsiasi costo. E se invece lo stesse desiderando inconsciamente, come in preda ad un impulso caotico ed autodistruttivo? E perché allora, se lui viveva con il terrore di incontrare la scutigera, le altre persone al contrario sembravano estranee a quell’angoscia?
Senza dubbio anche Francesco si era posto simili questioni nei momenti di maggior lucidità, e si rendeva conto di non poter trovare una soluzione da solo, nonostante la sua intelligenza fuori dal comune. Sapeva di avere la possibilità di rivolgersi ai genitori, ma non aveva mai davvero parlato con loro delle sue “turbe psichiche” – forse anche perché non ne aveva mai avute – e non se la sentiva di farlo ora, specie con quei pensieri così stupidi ed insensati.
Preferì quindi arrangiarsi senza l’aiuto altrui, sopportando ciò che c’era da sopportare fino a quando non sarebbe svanito tutto da sé.
Tuttavia, di lì a poco, la vicenda si sarebbe inaspettatamente evoluta, lungi dallo scomparire nel passato come un brutto ricordo.

Un pomeriggio di quelle difficili giornate, Francesco invitò a casa sua il suo amico Antonio per studiare. Non era una cosa che aveva fatto spesso in precedenza, ma ultimamente era convinto che passare del tempo con gli amici l’avrebbe aiutato a distrarsi dai suoi pensieri contorti.
Trascorsa un’oretta di studio, Antonio interruppe la sessione: «Possiamo continuare dopo? Avrei una cosa da farti vedere».
«Ok,» disse controvoglia Francesco, «sbrigati però.»
Antonio non esitò e aprì la cartella, tirandone fuori una rivista che sbattè sul tavolo.
«Ecco,» esclamò ridendo, «questo è quello che serve quando manca la connessione a Internet!»
Francesco si immobilzzò qualche secondo senza sapere bene come reagire, un po’ in imbarazzo, un po’ in agitazione; poi si rivolse irritato all’amico:
«Sei scemo? Cosa porti queste cose in casa mia? Lo sai che tra poco torneranno i miei».
«E dai, sono solo tette!» rispose Antonio mentre con la più totale disinvoltura mostrava la rivista all’amico. «Sai cosa ti dico?» riprese poco dopo, «Questa te la presto. Ridammela pure quando vuoi, ma intanto divertiti.»
«No, grazie, non mi interessa. Tienitela pure.»
«Come fa a non interessarti? Questa roba l’ho trovata nella cantina di casa mia; dev’essere stata di mio padre. In pratica negli anni ’80 si segavano su queste cose qui. È un pezzo di storia!»
Francesco non aveva per nulla previsto una situazione del genere. Mai avrebbe immaginato che il suo mansueto amico Antonio fosse tanto disinibito da fare e dire cose del genere, e lui stesso ora si sentiva partecipe di un atto subdolo, se non criminoso, da cui voleva al più presto tirarsene fuori.
«Non ne ho bisogno, ok? E poi non saprei dove tenerla…»
«Oh sì,» rispose Antonio squadrando l’amico, «ne hai bisogno. E per nasconderla troverai il modo, lo trovano tutti il modo.»
Dopo quelle parole disse che doveva tornare a casa e salutò Francesco con grande fretta, come se ormai avesse finalmente raggiunto il suo obiettivo e non ci fosse più nient’altro da fare.
Una volta solo, Francesco prese immediatamente la rivista e fece per buttarla; poi, di fronte al cestino, si fermò. Non poteva certo gettarla assieme a tutta l’altra carta: i suoi genitori l’avrebbero notata. Ancora con l’ansia in corpo diede un’occhiata all’oggetto incriminato, nel tentativo di farsi venire un’idea. Senza prestarci troppa attenzione cominciò a sfogliare. Non era mai entrato a contatto con quel “mondo”, ma di nuovo la sua incontenibile curiosità fu più forte di ogni altra emozione del momento. Andò a pagina uno, pagina due, pagina tre, quattro, cinque e così via fino a quando, d’un tratto, intuì che la curiosità che lo spingeva a guardare quella rivista aveva una forma diversa da quel desiderio di sapere a cui era sempre stato avvezzo. Allora cominciò a scrutare i dettagli dei corpi, le capigliature e le pose con la stessa attenzione di un impaziente archeologo che, pur cercando di scoprire il segreto che si cela dietro un reperto antichissimo appena portato alla luce, desidera anche capire che cosa quell’oggetto impolverato gli stia intimamente comunicando, in che modo esso lo riguardi, quale via gli stia suggerendo di percorrere per raggiungere nient’altro che la conoscenza di sé stesso. Dopo aver continuato così per diverse pagine, si soffermò su una modella che l’aveva colpito in maniera particolare. Ella stava in piedi, completamente nuda, appoggiata sul fianco destro a lato di una grande finestra; con il viso disteso e sereno guardava attraverso i vetri chissà dove, sembrando non curarsi o non accorgersi dell’obiettivo che la immortalava, come se si fosse persa in fantasticherie amorose della più giovane ed innocente specie. Da un lato sembrava messa lì per caso, distante ed emarginata dalle altre ragazze della rivista che invece si esponevano più consapevoli della loro presenza voluttuosa; dall’altro era la rappresentazione più spontanea, femminile e sensuale che si potesse ambire di trovare tra quelle pagine.
Senza capire il perché, Francesco avanzò timidamente una mano verso l’interno coscia e cominciò a toccarsi, salendo poco a poco verso il pube. Sentì il suo corpo tremare e il cuore battergli forte, ma ormai non riusciva più a controllarsi. A quel punto, vedendosi ancora in piedi di fronte al cestino della sua cameretta, decise, con la più cieca delle decisioni, di spostarsi in bagno.
Una volta in bagno appoggiò per un momento la rivista a terra, poi calò i jeans e si sedette sul water. Sentiva di stare facendo qualcosa di sbagliato, ma dopo un ultimo momento di esitazione si lasciò andare, convinto che non avesse altra scelta. Quando però riprese la rivista appoggiandola sulle ginocchia, Francesco sentì il petto contrarsi e il respiro venirgli risucchiato da fuori, mentre con lo sguardo fissava impietrito la pagina di prima, ormai violata: lì, sull’immagine che l’aveva eccitato, c’era adagiata una piccola scutigera. Il centopiedi fece uno scatto rapidissimo verso il bordo della pagina e in tutta risposta Francesco chiuse di colpo la rivista, gettandola a casaccio contro il muro.
Non si mosse più nulla.
Pochi secondi dopo si sentì aprire la porta d’ingresso: la madre era tornata. Senza aver potuto riprendere fiato, Francesco riagguantò la rivista e la infilò nei pantaloni, come momentaneo nascondiglio. Della scutigera non sembrava esserci traccia da nessuna parte.
Per diversi minuti ancora, Francesco rimase turbato e spaesato, tanto da ritrovarsi a passeggiare nervosamente in tondo in camera sua. Alla fine, non riuscendo a dissimulare l’irrequietezza di fronte alla madre, si vide costretto a dirle che c’era un animale in bagno e che non era riuscito ad ucciderlo.
«Che animale?» chiese pacata la madre.
«Non lo so, tipo un bruco» rispose Francesco, che ancora una volta non se l’era sentita di confessare la sua fobia.
«Un bruco in bagno? Mi sembra strano. Dai, stasera faremo controllare al papà. Tu stai tranquillo.»
Bruco o scutigera che fosse, nessun animale venne più ritrovato e per i genitori la questione cadde subito nel dimenticatoio.
Al contrario Francesco, come si poteva intuire, continuò a ritornare col pensiero alla scutigera, a quel loro primo incontro, a quell’orribile sensazione che aveva provato nel vederla, e si chiedeva con paranoia in quale vicolo oscuro e torbido della sua casetta si fosse infilata, senz’altro pronta a tendergli qualche agguato. Ormai nemmeno provava più ad allontanare la fobia ragionando su quanto fosse totalmente insensata. Adesso l’unica cosa che desiderava era la certezza che non avrebbe mai più incontrato quell’essere spaventoso, ma sapeva bene che quella certezza sarebbe stata ardua da ottenere.
Che fare? Egli smise di porsi la domanda, abbassò la testa in penitenza e andò avanti a vivere.

Passarono gli anni e Francesco crebbe più o meno serenamente, come più o meno serenamente crescono molti ragazzi.
In seguito alle scuole medie si iscrisse al Liceo, e la sua carriera scolastica proseguì brillantemente senza intoppi. Durante quegli anni trovò molte amicizie, a volte buone, a volte cattive, ma che in ogni caso lo resero più maturo nelle relazioni sociali. Era sano e in forze, e nessuno avrebbe mai sospettato che nel suo puro animo fosse turbato dallo spettro di una grave fobia, la quale non aveva smesso di bussare furiosamente alla sua porta.
Certo, la situazione era migliorata rispetto agli anni delle medie, durante i quali Francesco evitò persino di masturbarsi nel terrore di rivedere la scutigera, ricordando quel giorno in bagno con la rivista di Antonio. Ora che era adolescente sembrava aver imparato a temere di meno il centopiedi, se non persino a concepirlo come parte della sua normalità; le sue reazioni si erano fatte più pacate, sia che vedesse l’animale, sia che esso si presentasse solo nei suoi pensieri.
Purtroppo però una fobia di quel tipo è difficile da sradicare, e lo stesso Francesco lo constatava ogni qual volta essa veniva a fargli visita di soppiatto: a letto mentre sognava, a casa quand’era da solo, a scuola con i compagni, in giro per il centro della città, in vacanza in montagna.
E proprio durante una vacanza in un paesino di montagna, Francesco si innamorò per la prima volta di una ragazza: Chiara. Lui, lei e altri vecchi amici in realtà si conoscevano da anni, siccome ogni estate tornavano tutti in quel posto sperduto tra le Alpi Orobie assieme alle loro famiglie. Solo quell’estate però, sulla soglia dei loro 17 anni, Francesco e Chiara erano diventati abbastanza maturi per trasformare la loro amicizia in qualcosa di più intenso.
Così com’era sempre stata tradizione, quasi ogni sera l’intero gruppo di amici si ritrovava per “cazzeggiare” in vari modi – cazzeggio che da qualche anno era diventato sempre più spesso correlato al consumo di alcol – e al termine del ritrovo ognuno se ne tornava a casa ad annoiarsi, con la testa già rivolta alla sera successiva.
Francesco e Chiara furono i primi a rompere quella routine, cominciando a vedersi anche nel pomeriggio per fare lunghe camminate nei boschi. Durante le loro gite, i due trovarono il tempo e lo spazio per parlare e conoscersi meglio, così che non tardarono ad arrivare tenerezze e baci. Francesco avrebbe voluto lasciarsi cullare da quell’amore idilliaco senza mai spingerlo oltre, un po’ per paura di infrangerlo, un po’ per timidezza, un po’ per pudore; ma non poteva ignorare il desiderio irrefrenabile che intercorreva tra lui e Chiara e che inevitabilmente li avrebbe condotti a scambi passionali più accesi. D’altra parte a lei non servì sentire Francesco dare voce a timori e desideri per capire come doversi comportare; perciò prese l’iniziativa e lo accompagnò in una casa disabitata vicino ad uno dei loro percorsi di montagna.
Lì i loro corpi trovarono l’intimità necessaria per cercarsi con la bramosia di abbracci, baci e carezze, spogliandosi a vicenda prima delle inibizioni e poi dei vestiti. Fu allora che Francesco riconobbe nell’amata un’abbagliante bellezza carnale che mai aveva colto nel mondo sensibile, proprio come sei anni prima era rimasto sconvolto dalla bellezza della modella nella rivista di Antonio. Avendone percepito la presenza, rimase impassibile quando una lunga scutigera uscì dal sesso di Chiara e si mise a correrle morbosamente attorno ai fianchi con le sue implacabili zampette. Francesco ignorò la fobia dell’animale ancora per qualche secondo, cercando di farsi trascinare dalla corrente amorosa; ma alla fine la sua resistenza andò in frantumi, la passione si spense e si ritrasse dalla ragazza.
«Non senti qualcosa di sbagliato?» le chiese con affanno.
«No, perché? C’è qualcosa che non va? Ho fatto qualcosa di sbagliato?» replicò Chiara colma d’apprensione, mentre invitava Francesco a tornare da lei prendendolo per mano.
«Scusami, ma non posso continuare» disse lui con distrazione, e scappò via incamminandosi per i sentieri, senza che la ragazza avesse fatto in tempo a chiedergli altre spiegazioni.
Con la ferma e delirante determinazione di fuggire una volta per tutte da quel mostruoso centopiedi, attraversò luoghi a lui sconosciuti, allontanandosi dal paese e da Chiara per diversi chilometri, fino a quando fu troppo buio sia per procedere il pellegrinaggio, sia per tornare indietro.
Intorno a lui la radura si dispiegava priva d’umanità. Solo una piccola chiesa spiccava poco più in là, dietro ad un gruppo di arbusti incolti; Francesco si avviò verso di essa per capire se si potesse alloggiare lì quella notte. All’interno dell’edificio c’era il buio più totale, fatta eccezione per un flebile lumino che però si spense non appena il ragazzo mise piede nel luogo sacro. Francesco si fece luce con la torcia dello smartphone: la chiesa era disadorna e fatiscente, ma c’erano alcune panche abbastanza larghe su cui potersi sdraiare e dormire. Stremato dal cammino, si sedette su una di queste, spense la luce e rivolse alla cieca lo sguardo verso l’altare e il crocifisso, mentre con la mente ripercorreva la terribile giornata appena trascorsa.
«Signore, potrò avere un po’ di pace, almeno per questa notte?» sussurrò in un bagliore di fede per lui inedita.
La sua voce riverberò brevemente fra le mura, affondando subito nella muta immobilità della chiesa, senza risposta. Proprio quando era sul punto di perdere i sensi per stanchezza e sconforto, in un fulmineo delirio allucinatorio un’immagine tanto angelica quanto lussuriosa di Chiara gli si palesò davanti. Francesco si ridestò, alzandosi di scatto per raggiungerla; ma nell’istante in cui si erse in quell’effimero slancio amoroso sentì qualcosa muoversi negli spazi di quel Sacro in putrefazione. Non gli servì controllare: sapeva che era quel qualcosa che aveva sempre vissuto come estraneo e familiare in egual modo; sapeva che era l’entità che per tutti quegli anni aveva percepito sia come esterna e lontana da sé, sia come qualcosa che gli apparteneva in maniera inscindibile.
Da tempo ormai aveva imparato a conoscerla ed a temerla di meno, eppure solo allora la accettò come una parte di sé in tutte le sue forme.
Assieme alla scutigera, quella notte Francesco dormì sonni sereni.

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Black Mirror (pt.2): non vogliamo il lieto fine?

IN QUESTO ARTICOLO FARÒ SPOILER SUGLI EPISODI:
1×02 15 Millions Merits
4×06 Black Museum

Nello scorso articolo su Black Mirror ho cercato di mostrare alcuni aspetti che rendono questa serie così vicina alla nostra realtà e quindi anche quanto la cattiveria e la bassezza dei suoi personaggi siano affini a noi in quanto umani.
Per il discorso che andrò a fare ora non serve comunque ricordare il mio articolo precedente. L’unica cosa importante è aver visto buona parte degli episodi della serie al punto di aver ben fissa nella mente quella sensazione di angoscia, disperazione, voglia di morire o [inserisci sentimento sgradevole a piacimento] che quasi sempre ci ha colto al termine di ciascuno di essi.
Ebbene sì, QUASI sempre. Tutti infatti ci siamo accorti dell’addolcimento, o comunque della mutazione di “sapore” degli episodi a partire dalle stagioni 3 e 4 (cioè da quando la serie è distribuita da Netflix). La scrittura di Charlie Brooker ci aveva abituato per le prime due stagioni a delle storie spietate che non lasciavano spazio ad alcuna speranza; la critica sociale era sempre caustica, i temi distopici angosciavano fino al desiderio di gettare lo smartphone nel cesso, e, soprattutto, i finali di puntata erano sempre, sempre il colpo di grazia definitivo che annichiliva lo spettatore. Adesso invece constatiamo che alcuni episodi tra quelli più nuovi − non farò nomi − lasciano con un sapore agrodolce, con dei finali ad interpretazione, con il dubbio.
Non è mio interesse capire perché sia avvenuto questo cambiamento. È invece mio interesse capire se il cambiamento sia coerente con i temi trattati dalla serie.
Da un campione assolutamente non scientifico ho infatti rilevato un certo disappunto nei confronti di questa presunta edulcorazione della serie britannica. Victorlaszlo88, parlando di una puntata della 4^ stagione che termina in maniera ambigua e forse con un vero e proprio lieto fine, ha fatto notare che tutti coloro con cui ha discusso di quella puntata hanno cercato di mostrargli quanto in realtà il finale non sia idilliaco come sembra; secondo lo youtuber queste persone cercano il “male” nel finale proprio perché è a questo che siamo abituati quando pensiamo a Black Mirror. Victorlaszlo continua dicendo: “Era per quello che Black Mirror ti faceva riflettere; perché non c’era speranza, c’era la disperazione. La tecnologia è qualcosa che può essere potenzialmente pericoloso e lo spettatore lo deve capire“.
Queste parole hanno risollevato in me un vortice di pensieri, pensieri che già avevo rimestato notevolmente in passato e che adesso mi sembra giusto mettere in fila, per iscritto.
Il discorso è molto serio e secondo me verte inizialmente su una domanda fondamentale:
l’unico modo per riflettere con Black Mirror è quando questo ci sconvolge con storie drammatiche e senza speranza?
La mia risposta alla domanda è un netto NO. E rispondo “no” non solo perché la serie ha dimostrato nei fatti di saper far riflettere senza per forza avere finali negativi e disperati, ma anche perché sarebbe un errore pericolosissimo pensare che un’opera artistica, letteraria ecc. per farci riflettere debba necessariamente mostrarci solo il volto della negatività. Ed è qui secondo me che si inserisce la genialità dell’ultimo episodio andato in onda della serie: Black Museum.
Qui vediamo in scena una ragazza che si ferma in una stazione di servizio sperduta in mezzo al deserto e, in attesa che la sua auto si ricarichi, fa visita ad un vero e proprio museo degli orrori, chiamato appunto Black Museum, contenente oggetti tecnologici legati a vecchi crimini. Lo spettatore avvezzo alle storie di Black Mirror si renderà subito conto che gli oggetti del museo sono tutti facenti parte degli episodi precedenti della serie. Quella che potrebbe quindi sembrare una grande raccolta di omaggi inserita dallo sceneggiatore Charlie Brooker come dedica alla sua stessa opera, è invece per me una metafora intelligente che Black Mirror fa di sé stessa. Non m’importa se questo non fosse il reale obiettivo di Brooker; per me il Black Museum è Black Mirror. E quale modo più autoironico poteva esserci se non mostrare sé stessa come una serie televisiva la quale in realtà è un museo di storie macabre volto ad intrattenere il grande pubblico? È come se Charlie Brooker si fosse accorto, dopo il grande successo ottenuto sul piccolo schermo, che le storie da lui raccontate, piuttosto che mettere in difficoltà lo spettatore, farlo dubitare delle proprie certezze sul mondo in cui vive, costringerlo a fermarsi a riflettere in seguito ad una visione profondamente inquietante, piuttosto insomma che “fargli del male a fin di bene”, sono diventate un intrattenimento per i più superficiali e masochisti telespettatori. Black Museum sembra lanciarci un’accusa: siamo diventati come il medico Peter Dawson, il quale all’interno dell’episodio si racconta fosse diventato dipendente dalle sensazioni del dolore altrui. Dawson, utilizzando un impianto neurologico sperimentale in grado di fargli provare le sensazioni altrui al fine di sentire in prima persona i sintomi dei pazienti, rimase deviato psicologicamente per aver sperimentato nella sua psiche la sensazione della morte di un altro uomo; da quel momento il dottore non fece altro che ricercare il piacere conferitogli dal dolore degli altri.
Che sia successo lo stesso a noi, spettatori di Black Mirror?
Siamo diventati dipendenti da un prodotto che ha spinto così tanto in là la soglia del disagio che il disagio è l’unica cosa che desideriamo e che ci aspettiamo da esso?
Anche noi abbiamo cominciato a guardare uno dei prodotti televisivi più intelligenti di sempre come se fosse la cronaca nera di cui parlavo nello scorso articolo?
In caso affermativo, il discorso di Victorlaszlo88 sarebbe totalmente svuotato di senso: Black Mirror non farebbe più riflettere per la sua cattiveria, ma al limite quest’ultima sarebbe assorbita piacevolmente e insensibilmente durante la visione. E poco importa se ci indigneremo e condanneremo le brutture della nostra società dopo quei 50 minuti davanti alla televisione o al PC; a nulla serve una “passiva indignazione“, come dicevo in chiusura dello scorso articolo.
Per chi si ricorda quel capolavoro di 15 Millions Merits, secondo episodio della prima stagione, avrà in mente il lungo discorso di ribellione del protagonista. Il ragazzo, sul palco del talent show Hot Shots, attacca con dure parole il mondo di “plastica” che lo circonda, mondo dove la gente è costretta pedalare su delle cyclette per alimentare la struttura circostante ed in cambio ottiene dei “soldi” digitali da spendere per servizi quotidiani quali l’igiene e il cibo, ma anche per vestire il proprio avatar, guardare stupidi programmi televisivi e persino per partecipare a quel mercificante talent show. È infine proprio quel mondo artefatto a inglobare il protagonista stesso, concedendogli un suo spazio televisivo personale in cui sfogare le proprie ire contro il sistema; egli rimane perciò schiavo dell’oggetto della sua condanna, in quanto il suo discorso viene commercializzato attraverso la televisione. Per quanto ci riguarda il discorso è analogo; il rischio di essere assorbiti dagli aspetti della società da noi più disprezzati è altissimo, e questo è ciò che avviene, ripeto, quando ci adagiamo ad una passiva indignazione.
Ma come possiamo evitare di finire in questa condizione?
In linea di principio l’operazione da compiere al termine della fruizione di una qualsiasi opera (in questo caso la nostra amata serie tv) dovrebbe essere una riflessione, un’analisi – anche auto-analisi, perché no –, un collegamento tra l’appena trascorsa esperienza visiva/artistica e me e la mia società, per far sì che ciò che ho appena vissuto possa davvero essere in grado di cambiarmi. Questo tipo di atteggiamento attivo è opposto alla ricerca passiva della rassicurante conferma della propria opinione. Ritengo infatti che se Black Mirror sia davvero tanto apprezzata quando con i suoi contenuti traumatizzanti va a stigmatizzare ferocemente la società attuale e le tecnologie, essa lo sia perché noi spettatori effettivamente vogliamo vedere le cose in quella maniera, vogliamo che ci sia qualcosa o qualcuno a convalidare la nostra già ben salda idea su quanto le cose fanno schifo nella nostra vita. E niente è più pericoloso di una grande moltitudine di persone che ricercano solo l’approvazione delle proprie opinioni senza mai porle al vaglio del dubbio, senza mai pensare “Mah, forse sono io a sbagliarmi”. Le persone che adottano atteggiamenti di questo tipo pongono le basi per la morte di ogni comunicazione e dibattito.

A questo punto è importante chiarire una cosa: non è mio scopo fare moralismi. Le persone usano vari strumenti per intrattenersi e fra questi vi è ad esempio la visione di film dell’orrore, drammatici e via dicendo. Lungi da me il suggerire di vietare in maniera totalitaristica certi svaghi neanche tanto trasgressivi.
La cosa importante da tenere a mente è invece un’altra: non è tollerabile che Black Mirror venga recepita come un’intrattenimento di tipo drammatico qualsiasi. Per questo stesso motivo è inconcepibile pensare che essa sia obbligata ad essere sempre portatrice di storie inquietanti e senza speranza. 
Piuttosto, l’aspetto fondamentale che questa serie ha mantenuto nel corso degli anni e che l’ha resa di così elevata fattura è la sua capacità di far pensare.
Sviluppo quindi il discorso cominciato precedentemente: non è il “disagio” a farci riflettere, ma è la capacità di ribaltare le concezioni precostituite e preconfezionate che abbiamo della nostra realtà. Questo ribaltamento può mostrarci sia i lati negativi del mondo da noi non considerati, sia i lati positivi che non avevamo notato o che non volevamo notare. Per questa ragione Black Mirror può continuare a parlare dell’uomo e delle tecnologie ed essere meravigliosamente efficace anche con storie a lieto fine. E se adesso sono le storie a lieto fine a darci più fastidio, sarà cosa buona e giusta produrne altre! Forse il fatto che ci piacciono di meno è proprio il segnale che ne abbiamo più bisogno.
In ogni caso, tutto questo discorso lo faccio pur sapendo che mai ci sarà garanzia di un superamento della ricezione passiva dei racconti e dei contenuti della serie – lieto fine o meno, la superficialità dello spettatore non è un aspetto cancellabile ad arbitrio degli sceneggiatori.

Concludo ricordando il finale di Black Museum, nel quale il museo va a fuoco. Stando alla metafora che ho individuato, questo potrebbe significare la morte di Black Mirror, oppure, più realisticamente, la volontà della serie di scrollarsi di dosso la fama di “telefilm degli orrori”, per volgersi ad una narrazione più libera da stereotipi di ogni tipo.

Lasciando stare infine la fantasia delle mie letture simboliche, rilancio l’appuntamento per un nuovo articolo su Black Mirror in cui parlerò nello specifico di una puntata molto bella e con un presunto lieto fine, la quale non smette tutt’ora di farmi pensare.

 

Black Mirror (pt.1): il capro espiatorio

Questo articolo è il primo di una serie di articoli di riflessione sulla serie TV Black Mirror.
Dal mio punto di vista è sia una sorta di personale tributo al piccolo capolavoro che è questa “raccolta di racconti” senza eguali, sia un tentativo di entrare davvero nel merito della profondità della serie.

IN QUESTO ARTICOLO FARÒ SPOILER SUGLI EPISODI:
2×02 White Bear
3×06 Hated in the Nation

C’è una cosa che Black Mirror fa con maestria:
mettere a nudo i meccanismi che regolano la vita dell’uomo nella società.

E no, non è un caso che in questa mia affermazione non abbia considerato la costante presenza nella serie della relazione uomo-tecnologia e delle conseguenze di questa stessa relazione sulla nostra quotidianità. Questo perché sono convinto che la tecnologia, in questa narrazione, svolga soltanto un ruolo di mezzo per comunicare qualcosa che va al di là di una semplice condanna o elogio alla società contemporanea.
Black Mirror parla di noi e ne parla in una maniera tale da poter essere una valida rappresentazione dell’uomo anche col passare degli anni.
Senza troppi fronzoli, caratteristica peculiare della serie britannica è (o è stata, ma su questo ci tornerò in un altro articolo) quella di far vedere quanto possa fare schifo l’umanità, in varie circostanze. La cattiveria, l’insensibilità, l’angoscia e la debolezza dei personaggi emergono sempre con trasparenza, trovando un efficace parallelismo con la nostra realtà.

In particolare, adesso parlerò della affinità tematica che ho trovato tra le puntate 2×02 (White Bear) e 3×06 (Hated in the Nation).

Andiamo con ordine.

Nell’episodio 2×02 (White Bear), una ragazza, Victoria Skillane, si risveglia in una casa a lei sconosciuta, e si ritrova a dover scappare da delle persone che, non si sa per quale motivo, sembrano volerla uccidere. Una volta compiuto un folle percorso di fuga, il tutto si rivela una messinscena: Victoria si trova all’interno di un “parco di giustizia” organizzato come uno spettacolo per i suoi visitatori, i quali possono assistere e filmare la tortura della ragazza. Victoria era colpevole di complicità con il suo fidanzato nel rapimento e omicidio di una bambina, perciò la sua condanna è quella di subire gli stessi supplizi di quest’ultima, eccezion fatta per la morte: lo spettacolo si deve ripetere giornalmente, e i ricordi della ragazza risalenti al giorno appena trascorso vengono cancellati ogni sera.
L’aspetto che più colpisce della puntata è senz’altro la cattiveria con la quale le persone si accaniscono sulla donna. Una schiera di visitatori la filma con i cellulari per tutta la durata della sua fuga e, al termine del percorso, una folla di persone è libera di insultarla e umiliarla.

Il meccanismo del Parco di Giustizia di White Bear rappresenta metaforicamente il funzionamento della cronaca nera; essa vive del morboso interesse degli spettatori per i crimini più efferati. Giornali, programmi televisivi, quotidiani online giocano con dimestichezza la carta dello scandalo, dell’atrocità e del delitto, cioè di tutti quegli eventi che sconvolgono coppie, famiglie, città e nazioni. Casi giudiziari di omicidi durati per anni sono seguiti dai media come se fossero serie TV a puntate. Attentati terroristici sono sbattuti in prima pagina con titoli giganteschi, salvo poi essere accantonati e dimenticati il giorno seguente.
E la gente? E la gente si eccita come non mai con queste notizie.
È come se le persone trovassero una valvola di sfogo nella visione delle disgrazie e del dolore altrui. È come se questo le risvegliasse dal torpore della loro noiosa quotidianità.
Perché dai, ammettiamolo, quanto è piacevole poter indignarsi per gli atti spietati degli altri?
Quanto è piacevole poter fare la morale in occasione di un subbuglio, di uno scandalo, di un attentato compiuto da altri?
Insomma, quanto è piacevole sapere che il mondo là fuori è cattivo e noi no e che finalmente lo possiamo urlare ai quattro venti?
Dio salvi la cronaca nera, perché senza di essa penseremmo di avere attorno troppe persone buone a farci concorrenza.

Ma l’effetto di soddisfacimento dato dall’osservazione del dolore e dell’umiliazione altrui è di dimensioni molto più vaste di quello che si potrebbe pensare ad una prima impressione.
Proprio quando una comunità è in conflitto o è segnata da problemi di vario genere (economici, ambientali, sanitari ecc.) è di fondamentale importanza trovare qualcuno che si possa addossare le colpe della sua crisi. Quest’atto altro non è che la scelta, spesso arbitraria, di un capro espiatorio che finisce per essere espulso dalla comunità.

René Girard ce lo spiega con queste parole:

“La forma di riappacificazione più efficace è far convergere la furia collettiva su di una sola vittima scelta a caso: il capro espiatorio. […] Questo qualcuno viene identificato e ucciso con la partecipazione unanime di tutta la comunità. Naturalmente non è più colpevole di chiunque altro, ma l’intera comunità crede che lo sia. […] Questa vittima diventa il nemico comune dell’intera collettività, che viene riconciliata attraverso la partecipazione comune all’uccisione o all’espulsione di quel nemico.” ¹

Non mi addentrerò nel pensiero di Girard, nel quale il meccanismo del capro espiatorio è solo la parte finale di quella sua affascinante teoria mimetica che consiglio vivamente di approfondire.

È importante però osservare come Girard ritenesse che questo meccanismo vittimario fosse presente sin dai riti dei popoli primitivi e che fosse alla base dello sviluppo della cultura. Il rito è “l’istituzione che regola la crisi“¹, ed è quindi ciò che dà una regola ad un caos di rivalità, trovando successivamente forma in leggi, istituzioni, tradizioni culturali e religiose.

Se nei tempi andati il rito riappacificò e diede vita alla cultura, oggi possiamo dire che l’odio e lo scherno diretti ad una vittima scelta formano un senso di comunità tra le persone. Questo lo si osserva in White Bear, nella folla unita dall’odio contro la condannata, e ugualmente lo si osserva nel mondo reale, in tantissime manifestazioni. Il solo fatto di avere un obiettivo comune, il quale si manifesta qui nell’accezione di “odio comune“, garantisce la formazione di un gruppo, a volte solo ideale e transitorio, come il sentimento di fratellanza che unisce varie persone contro l’immoralità di un atto criminale di cui si parla al telegiornale; altre volte più concreto e attivo, come nel caso di un partito politico la cui forza sta nell’odio comune verso un’etnia o un gruppo sociale.
Come esempi eclatanti di quest’ultimo tipo possiamo portare ovviamente l’elezione a capro espiatorio degli ebrei durante il nazismo in Germania, oppure il risentimento nei confronti degli immigrati clandestini al giorno d’oggi in Europa, tacciati di essere, in diverse campagne elettorali, come il primo e principale problema da eliminare.

A questo punto, rincariamo la dose.

La puntata 3×06 (Hated in the Nation) mette in risalto come il meccanismo del capro espiatorio si inneschi a cascata, senza preavviso e con noncuranza da parte dei carnefici.
La puntata ci mostra gli atti di un serial killer, Garrett Scholes, che sta giustiziando tutte quelle persone che, per un motivo o per l’altro, sono diventate dei trend su Twitter attraverso l’accumulo di insulti e “inviti a morte” indirizzati loro dagli utenti. Dopo una serie di omicidi, si capisce che gli individui presi di mira dai tweet sono solo un’esca, e che l’obiettivo reale del killer sono piuttosto proprio quelle persone che hanno insultato e minacciato di morte quei loro “capri espiatori”. Volendo costringere questi 387 mila “leoni da tastiera” ad affrontare le conseguenze delle loro azioni, Scholes li uccide tutti contemporaneamente (non spiego come ciò avviene, dando per scontato che chi sta leggendo abbia visto la puntata).

La storia che si propone qui è estremamente reale. Reale non nel senso di serial killer che fanno i giustizieri nella vita di tutti i giorni. Reale nel senso che la gogna di Internet è un fenomeno che ha colpito un numero enorme di persone. Si va dal più circoscritto cyberbullismo a fenomeni nazionali e internazionali, come quello di Justine Sacco, donna che, per un suo presunto tweet razzista, nel dicembre 2013 divenne trend mondiale su Twitter, venendo letteralmente sommersa da repliche con insulti di ogni genere, fino ad arrivare ad essere licenziata dal suo lavoro, perché “Internet lo chiedeva”.

Internet è quindi diventato un posto nel quale la mortificazione di un individuo crea senso di appartenenza, senso di protezione e, più semplicemente, intrattenimento. Casi come quelli di Justine Sacco ci fanno capire che il meccanismo del capro espiatorio è arrivato al livello della deresponsabilizzazione; una persona dietro ad una tastiera che scrive un insulto in un commento o in un tweet, difficilmente arriverà a concepire come la sua azione, assieme a quella di tanti altri, possa portare alla rovina di un individuo che, forse per negligenza o per noncuranza passeggere, ha scritto o fatto qualcosa di inappropriato.

Tirando le somme, ho due considerazioni da fare.

In primo luogo, come anticipavo all’inizio dell’articolo, sono convinto che Black Mirror ci parli di comportamenti umani svincolati dalle loro contingenze storiche.
Senza infatti sottovalutare il rapporto uomo-tecnologia come filo conduttore della serie, è evidente che il meccanismo mostrato nelle due puntate di cui ho parlato, cioè il meccanismo di persecuzione, esclusione e condanna tramite la scelta di una vittima, è presente oggi nella nostra vita quotidiana, su Internet e nei media, ma anche in tutte le epoche che ci hanno preceduto, come Girard mette in evidenza nei suoi lavori.
In secondo luogo, è nostro compito continuare a disvelare e condannare i fatti della portata dei casi di cui sopra. L’operazione di disvelamento la si fa con la narrazione di storie come quelle di Black Mirror, ma, perché questa abbia efficacia, la sua ricezione da parte del pubblico dev’essere tutt’altro che simile ad una passiva indignazione.

Nel prossimo articolo su Black Mirror, spiegherò cosa intendo con quest’ultima frase.

 

¹R. Girard, Origine della cultura e fine della storia, Raffaello Cortina

Il mio tempo fluttuante

“Promettimi che, qualsiasi cosa possa accadere, qualsiasi male ti possa fare per colpa di qualche mio imperdonabile errore, qualsiasi catastrofe possa un domani separarci e portare discordia o odio fra di noi, tu ti ricorderai che, in questo istante, qui, proprio adesso mentre siamo sdraiati su questo letto sfatto e ci abbracciamo piano piano aspettando di addormentarci, io ti ho amato infinitamente, e l’ho fatto in maniera talmente forte e affettuosa, che ho sentito il bisogno di sigillare nella tua memoria questo momento eternamente, per combattere la forza distruttrice del tempo, nel quale tutte le cose sembrano dover svanire”.

Ancora oggi ricordo quelle parole che le dissi circa 2 anni fa, e non so decidermi se fossi stato un vero uomo che ama follemente la sua donna, o semplicemente un ragazzino impaurito che si accorge che ogni cosa ha un suo termine, e il proprio amore anche. Ora opterei facilmente per la seconda opzione, e tenderei a ricoprirmi di insulti e maledizioni, osservando che forse, se non fossi stato così immaturo e pavido nei confronti del futuro, sarei stato in grado di tenermi stretta Marta nel corso degli anni. Che idiota! Avevo così paura di perderla che, nelle mie parole, quelle che avrebbero dovuto essere le più romantiche e rassicuranti, ci misi tutta la mia insicurezza, e forse anche il primo accenno di una relazione che sospettavo sarebbe andata in rovina.
È palese che cosa volevo mi rispondesse; dopo quelle mie parole speravo mi avrebbe rivolto la mia stessa preghiera, che avrebbe assecondato il mio stesso auspicio, dicendomi: “Anche io ho paura del tempo che passa, ma anche io ti amo tantissimo e voglio che tu mantenga questo istante d’amore come ricordo, seppure in futuro ci guarderemo con disprezzo”. Invece lei non disse nulla di tutto ciò, mi guardò preoccupata e poi mi baciò, invitandomi a stare tranquillo.
La delusione fu atroce.
Volevo che l’amore di uno per l’altro potesse essere inserito in ampolle incorruttibili, eterne, fuori dal tempo. Un’ampolla per me e una per lei, accuratamente riposte nel nostro personale Iperuranio – sezione “Amore idealizzato”. Ma io non ricevetti mai la mia simbolica parte.
Perché mi serviva tutto questo? Bé, chi non ha mai cercato di rivivere un ricordo riascoltando canzoni, sentendo profumi, visitando luoghi e incontrando persone per il solo fatto che tutto ciò rappresenta il proprio passato che oggi si sente nostalgicamente? L’obiettivo è quello di rimettersi proprio lì, con i piedi saldi in quel tempo lontano. Allo stesso modo, a me serviva un'”ampolla” con almeno un dolce ricordo da poter contemplare, seppur ad amore concluso.

Perciò eccomi qui, 3 anni dopo l’inizio della nostra relazione, senza ampolla ma comunque pronto a setacciare quante più antiche sensazioni, mentre mi sdraio nel giardinetto della mia vecchia casa con le cuffie nelle orecchie. Ho aspettato apposta che fossero le sei del pomeriggio, quando il sole estivo lascia, come lasciava allora, un triangolo d’ombra nel prato. Io e Marta sceglievamo sempre questo preciso momento della giornata per sdraiarci all’ombra sull’erba ad ascoltare musica. Lei prendeva i suoi CD, li metteva nello stereo in casa, apriva le finestre e alzava a palla il volume.
Ascoltavamo un po’ quello che ci capitava, ma molto spesso lei prendeva in mano la situazione e metteva Avril Lavigne. Avril Lavigne, cazzo. A lei piaceva da morire, manco fosse una quindicenne. Io invece detestavo ogni singola sua canzone; ma ero con Marta, quindi al massimo sfottevo per un po’ i suoi gusti musicali, ci facevo su due risate e mi adattavo.
Fra le tante canzoni di Avril Lavigne che dovetti subire, mi balena in mente “When You’re Gone”, che era tappa fissa nelle scalette scelte da Marta. Chissà perché mai quella canzone era sempre irrinunciabile, e lei l’ascoltava sempre in religioso silenzio, come se avesse un qualche significato particolare. Io, invece, l’avrei definita una “canzonetta”, nel lontano 2009. Una canzone adolescenziale, orecchiabile e con un testo banale, il quale meritava ben poche analisi, se non soltanto un’alzata di spalle.

Ora prendo lo smartphone e la riascolto.

Ecco che mi ritrovo con l’amo e l’esca sulla sponda del lago dei miei ricordi, intento a cercare di pescare uno di quei vecchi momenti trascorsi nel mio giardino a fianco a lei e che voglio strappare al passato per poter riviverlo qui ed ora.
Eccone uno! È qui davanti a me, ne sono sicuro. Sento quella canzone come la sentii allora, per un istante.
Ma improvvisamente il profumo di una rosa penetra quel ricordo, e non è più come prima. E ancora: il cigolio di un cancello della casa di fronte, il sapore nel palato del succo che ho appena bevuto, i miei occhi stanchi per l’ultima notte insonne.
Il mio passato si squarcia con un presente sempre coevo e coeso ad esso ma che pur si protende all’avvenire, mentre si rimescola in ciò che non è più; il mio prima è ora, il mio ora è prima, ed entrambi ancora dovranno arrivare, diversi, trasformati, imprevedibili.
Il passato e presente si toccano e si sfiorano, si abbracciano e si spingono, si curano e si tagliano, si baciano e si mordono.
L’amplesso mortale. Gli estremi si fondono.

E così mi ritrovo davanti il passato invaso dal mio mondo attuale, e tutto prende una nuova conformazione. “When You’re Gone” suona diversa, suona pregna di significato, significato malinconico. “When you’re gone, the face I camed to know is missing too” , “I miss you”; da queste frasi mi accorgo che Marta si stava rivolgendo a me, attraverso il testo della canzone. Da qui tutta la sua sollecitudine a farmela ascoltare. Ma perché proprio a me? Non mi riconoscevi già più? Perché ti mancavo se ero al tuo fianco?
Il brivido di aver vissuto 3 anni in una falsa relazione mi pervade.  Ed io ridevo, prendevo in giro la canzone e Avril Lavigne, pensando che la cosa fosse divertente e che rafforzasse il nostro legame.
Quanto disgusto mi faccio!

Richiamo quei ricordi e non li sento più con quella dolcezza, con quel valore immacolato che sembravano avere fino a poco fa.
La carica speciale che sentii in quell’amore, bé, non mi sembra nemmeno di averla mai sentita, perché ormai sciolta in acque nere di ordinarietà, immaturità, farsa, e avvolta in un misterioso manto scuro che ricopre ora quei vecchi pomeriggi in giardino. Il nostro amore non era realmente puro, e adesso lo vedo riscriversi nelle sembianze di una semplice bugia, a cui credetti ingenuamente in quei giorni.
Le patetiche parole che spesi l’anno dopo quell’estate “magica”, nel tentativo di ottenere la mia “ampolla d’amore”, ora risuonano ancora più ridicole ed inutili. Lei già lo sapeva: era tutto finito da tempo ed io stavo provando a salvare ciò che solo l’inconscio mi suggeriva fosse ormai perso.

Potessi viaggiare nel tempo e correggere tutto! Tornerò indietro e ascolterò la tua canzone, lo prometto, amore mio!
Ogni parola, ogni sillaba interiorizzerò; diverrà parte di me. Sarò tanto attento che capirò il messaggio che mi volevi passare e ti starò vicina, ti consolerò!
Ripartiremo da zero! Saremo io e te e basta.

La musica stavolta la faremo noi,
e sarà dolce, allegra negli intenti;
triste solo per compatire la nostra tristezza.

Io mi siederò al pianoforte e ti inviterò a danzare con le mie note.

Saremo un duo in cui si canta l’uno in seguito all’altro, o insieme contemporaneamente:

ci saranno delle volte che comincerò io,
con il mio verso musicale grave e pieno,
ma talvolta serio, troppo serio e angosciato,
sicché capirò di dover cercare un seguito diverso,
il seguito dettato dal tuo cinguettio spensierato,
che solleverà il mio sguardo verso l’alto, alleggerito;

altre volte invece arriverai prima tu che,
con il tuo canto acuto,
ma affievolito, stanco e spento,
sarai bisognosa di essere raggiunta da me
e di essere avvolta fra le coperte delle mie note calde e calme
per qualche minuto,
prima di tornare ad ergerti squillante nei tuoi eterei lidi musicali;

infine accadrà che le nostre note si sovrapporranno
e si incontreranno sinergicamente
in un accordo armonioso che le cingerà assieme,
rendendo impossibile distinguere l’altezza e il timbro delle nostre voci,
tanto esse saranno inscindibili l’una dall’altra
in questo abbraccio amoroso.

Sarebbe splendido poter continuare a cercarsi così,
e ritrovarsi ogni volta
in quel magnifico accordo;

sarebbe stupendo poterlo fare fino alla fine dei nostri giorni,
concludendoli insieme,
in un ultimo
rilucente
accordo.

Lo sarebbe, ma dovrei almeno poter afferrare il tempo, il tempo che mi sfugge come il passato che fugge e ritorna sempre compenetrato al presente. Se solo potessi ripercorrere il passato camminando a ritroso lungo la linea del tempo, mi involerei verso di esso, posizionandovi nuovi ricordi, uno ad uno, sotto forma di ampolle, ricordi d’amore, ricordi d’armonie musicali mai vissute, ricordi da contemplare.  Se solo trovassi questa maledetta linea! Quello che mi si presenta è invece un groviglio temporale caotico e incostante, che cerco invano di dispiegare in un sentiero lineare ben distinto.

Il mio viaggio nel passato è irrealizzabile e resta soltanto un’aspirazione e, per questa stessa ragione, esso è già rivolto al futuro.

Perciò l’unica speranza è che quei giorni ritornino, nell’avvenire della mia mente sognante, con un volto nuovo.
Oggi una macchia nera ha sporcato quel passato che domani potrebbe riprodursi splendente come mai l’avevo vissuto e letto prima.

E quindi riascolterò fino alla nausea quella canzone, per ritrovarmi ancora in quel giardino, in quei giorni d’estate, per provare ancora quella sensazione d’armonia che ora pare la mera illusione di una cottarella giovanile.
La risentirò sin quando mi convincerò che nonostante tutto è andata bene così, che tutto aveva un senso; e riporterò all’interno di questo senso, il momento in cui, oggi, sento che quel senso non esiste, per realizzare che invece non era che parte di un processo verso la maturità, verso una serena ed imperturbabile consapevolezza. In tal modo, il dolore che provo ora perderà di consistenza nei miei ricordi, venendovi ad occupare uno spazio risibile e assumendo la forma di una vaga sembianza che a mala pena mi sembrerà appartenermi.

Solo a quel punto riguarderò, in un battito di palpebre, a tutta la mia vita raccolta insieme, mentre pacificamente, nella sua integrità, essa si protende fiduciosa ai giorni che l’attendono.
La rimirerò così, proprio come si guarda un film ai suoi titoli di coda, quando la sua storia interrotta invita lo spettatore a lanciarsi immaginariamente al suo seguito.

E tu, Marta, verrai colta in questo sguardo.

Tu, immancabile sfumatura del mio tempo fluttuante.

Una lettera come epitaffio

Cara mamma,

è tempo che volevo scriverti. Non sai quanto è stato faticoso prendere in mano la penna e cominciare a raccontarti tutto, tanto che, ora che ci sto provando per la terza volta, mi sembra di camminare su sabbie mobili che cercano di impedirmi di procedere oltre, costringendomi a lasciare solo queste poche parole d’introduzione a questa patetica lettera. Ho il terribile presentimento che avrò troppa vergogna per continuare e straccerò il foglio.

Basta, basta! Ci sono troppe cose che ci tengo a dirti, e mi sto già bloccando da solo.

Mi sta molto a cuore raccontarti qualcosa che avvenne il 2 febbraio scorso e, da lì, anche alcuni fatti dei giorni successivi. Sì, lo so, sono passati più di due mesi… Ma, come ti dicevo, è stato molto difficile iniziare a scrivere e, prima di tutto, mettere in ordine i pensieri. E di pensieri perlopiù si tratta, perché il contenuto di tutto il resto è abbastanza banale, di contorno, diciamo.
Bé, la sera del 2 febbraio la dimenticherò difficilmente. Ero appena arrivato a casa da lavoro, erano le 18 circa ed ero assolutamente esausto. La stanchezza era talmente forte che mi buttai sul divano con ancora le scarpe addosso, stringendo in mano un sacchetto di biscotti scaduti chissà quando. Cominciai a mangiare, ma quei cosi erano talmente disgustosi che me ne servii solamente per saziarmi un po’, giusto per ristabilire le mie forze mentali. L’indomani sarebbe stata una giornata particolare: la mattina avrei dovuto prendere il treno per raggiungerti fuori città (forse te ne ricorderai); poi di corsa al negozio, per fare almeno l’orario pomeridiano di lavoro. Il solo pensiero di dovermi alzare alle 6 mi faceva girare la testa, come se non bastasse l’emicrania per la fame che sentivo.

D’un tratto, cercando di distrarmi, girai lo sguardo per la stanza. Ricordo alla perfezione quel crepuscolo. Non mi capita spesso, eppure, quando mi accorgo della sua presenza, rimango di tanto in tanto inebetito ad ammirare il crepuscolo, e questo è quello che accadde quella sera.
La luce era come un’onda azzurrina e flebile che inondava la casa e accarezzava dolcemente il pavimento e le mura, sforzandosi di arrivare in tutti gli angoli, per poi arrendersi ed accontentarsi di aggrapparsi ad una superficie più ridotta. Era così piacevole l’abbraccio in cui il crepuscolo mi avvolse che mi dimenticai di tutti i miei pensieri peggiori: non ricordavo nemmeno più come fosse possibile fare esperienza di qualcosa che portasse il nome di ansia o angoscia o tristezza. Ogni oggetto divenne dai confini imprecisati ed io, mettendomi in un angolo della sala, ebbi l’impressione di guardare un quadro ad acquerello; ma quello non era un dipinto fisso nel tempo, no, era piuttosto un’opera in cui tutto è ancor più degno d’attenzione, proprio perché vicino ad essere inghiottito dall’oscurità della notte. Il balcone, la finestra, la mia mano: ogni cosa era così vicina alla morte che non potei che sublimare ad un livello estetico quel sentimento di caducità che il quadro ispirava, fuggendo così, per mezzo di uno sguardo contemplativo, dall’abisso che non avrei avuto l’ardore di fissare. Sì, il mondo scompariva nel buio ed io anche; ma io vivevo nello stesso modo del mondo ed ero legato ad esso nel quadro cui partecipavo a mia volta, e questo mi aiutò a sentirmi meno solo. Non mi passò nemmeno per la testa che ciò che stavo sublimando era il venire meno di qualcos’altro, di qualcun altro, e non invece la scomparsa del mio stupido divano nelle tenebre. Ma questo, mammina, non potevo ancora capirlo.
Dopo qualche minuto mi mossi verso la finestra, nella speranza di bere un po’ di quell’inebriante onda luminosa che arrivava da fuori, e da lì osservai come la porta era rimasta nel buio più totale; nemmeno l’avrei potuto dire che laggiù si trovava l’uscita di casa se non l’avessi già saputo di mio. Alternai una decina di volte lo sguardo dal buio della “non più porta” al mondo fuori dalla finestra: ero da solo in una grotta che si faceva sempre più nera e non c’era via d’uscita; ero al termine dell’universo, pronto ad essere risucchiato dal nulla da un momento all’altro. Nonostante ciò il mio pensiero scivolava piacevolmente fra un chiaroscuro e l’altro, e ancora non si faceva travolgere da quell’immagine così simbolicamente inquietante. Quanto avrei dato per rimanere sospeso in quel crepuscolo.
Non resistetti e scesi nel gelido cortile per potermi immergere in tutti i colori freddi di quell’acquerello anche fuori da casa.
Purtroppo però si fece troppo buio e i primi lampioni s’accesero. Un taglio di luce artificiale stava rovinando tutta la tela del quadro! Che terribile offesa per quell’opera d’arte! Uscii dal cortile e feci il giro dell’isolato per trovare ancora qualche angolo crepuscolare, ma ogni svincolo era troppo luminoso o troppo buio ed io non avrei mai potuto cullare i miei sensi in quei due estremi.
La magia di quel momento di estasi era già finita.
Fu in quel momento che sentii di avere la febbre. Giusto un filo, ma ce l’avevo.

Tornai nel mio appartamento, deluso, avvilito, vergognandomi per la mia stessa presunzione di beatitudine di poco prima. Incapace di sopportare quella febbricola, corsi a prendere un’aspirina e mi misi a letto nonostante fossero solo le sette di sera, speranzoso di riprendermi in fretta. Ce la misi tutta per dimenticarmi il crepuscolo di prima, ma per qualche motivo rimase incastrato nei miei pensieri; così il ricordo delle ombre della mia stanza si mischiarono con la febbre e non riuscii ad addormentarmi. Mi dimenai nel letto sudato per almeno due ore fin quando decisi di alzarmi, arreso di fronte alla schiavizzante agitazione del mio corpo, e mi avviai verso il bagno per rinfrescarmi il viso. Tempo solo un battito di ciglia davanti allo specchio e la tua immagine si palesò ai miei occhi, intenta a sorreggermi, proprio mentre rischiavo di svenire sul lavandino. Mi sentii immediatamente meglio, confortato dalla tua “presenza” esattamente come lo ero stato tanti anni prima, quando ero alto la metà di te e tu eri la saggezza suprema, interamente a mia disposizione, immortale. Se fossi stato un poco meno lucido, avrei potuto giurare che fu la tua mano sicura a riaccompagnarmi a letto ed a riavvolgermi nelle coperte, le quali d’improvviso si erano fatte ordinate, comode e calde, proprio come le preparavi tu anni fa.

Non avevo puntato la sveglia, ma la febbre bastò a destarmi dal sonno: erano le 5.20 e capii che non sarei riuscito a dormire più di così.
Controllai l’orario del primo treno, presi un’altra aspirina a stomaco vuoto e mi precipitai in stazione. Dissimulai al meglio la mia scarsa salute per motivare me stesso ai compiti che mi spettavano quel giorno; ma era innegabile che ancora la febbricola non voleva lasciarmi in pace, parendo essa stessa ignorare il mio utilizzo di qualsivoglia antidolorifico. Di conseguenza, seduto sulla panchina in stazione, sentii profondamente il fastidio che mi permeava dalla testa, giù per la gola e ora fino allo stomaco, così espressi la mia condizione in una smorfia di disappunto. Era certo peggio della sera prima, ma pur sempre una febbricola di cui non potersi lamentare.
A fianco a me era seduta una ragazza che sicuramente aveva notato il mio disagio e la cui sola presenza mi agitava irrazionalmente. Mi voltai per vedere se stesse magari ridendo di me, ma vidi piuttosto che guardava in basso, probabilmente qualche punto a caso in terra. Indossava una giacchetta leggera fuori luogo per il freddo di quella mattina, mentre in testa portava una berretta di lana da cui spuntavano appena i suoi capelli castani e lisci. Non riuscivo a vederla in viso, perciò dovetti immaginare che fosse assorta in qualche pensiero penoso, un po’ per via della sua postura ingobbita e tutt’altro che rilassata, un po’ per il fatto che stringeva nervosamente la sua borsa con entrambe le mani. Un fortissimo moto di compassione nei confronti di quella creatura mi scosse positivamente, e non riuscii a non perseverare nel tentativo di cogliere la reciprocità di quel sentimento nei suoi occhi, i quali bramavo profondamente d’incrociare, seppur fugacemente.
Lei si accorse del mio sguardo e si voltò verso me. La sua espressione era smarrita ed innocente, cosa che si adattava magnificamente ai suoi lineamenti delicati e il suo pallore diffuso. Fissando gli occhi della ragazza piombai nel verde della sua iride e così fui trasportato all’istante all’interno di essi, ritrovandomi su un largo prato di una collina isolata dal resto del mondo, dagli orizzonti imprecisati. Com’era fresca e morbida l’erba laggiù; era tanto perfetta che catturò tutta la mia attenzione inducendomi a sdraiarmi prono, nel tentativo disperato di dimostrare a me stesso, con il contatto del viso e delle mani, che quel tappeto morbido fosse reale per davvero. Piegando un poco la testa di lato vidi però che la ragazza era lì sul prato con me e mi guardava ancora, o meglio, mi stava quasi cercando di vedere, incredula forse anche lei di quell’incontro edenico. Ricambiai lo sguardo e ricaddi ancora nei suoi occhi e da qui su un altro colle e un altro e un altro ancora, come giù per uno scivolo d’erba interminabile. Quel rapporto di sguardi si era ormai trasformato nell’azione del sondare le rispettive profondità, senza però trovarne limite, mentre sempre restava saldo il desiderio di accogliere un’assurda indeterminatezza nell’animo dell’altro, nella timida e celata speranza di una continua ricerca. Fallito il mio tentativo con il terreno erboso, cercai un contatto con la ragazza alzando la mia mano tremante per carezzarle il viso, al fine di capire quanto vera fosse la consistenza della persona che mi si trovava davanti.
Lei però chiuse gli occhi, ed una spinta prepotente mi catapultò sulla panchina della stazione.
Feci solo in tempo a vederla di spalle, mentre saliva sul treno, il treno su cui anch’io avrei dovuto salire; ma ormai non possedevo più le forze per alzarmi e seguirla sul vagone – forse non le avrei avute mai – e stetti fermo, seduto immobile, a guardare le porte automatiche che si chiudevano separandomi per sempre da lei. Chissà quanto durò quell’unione, forse solo una frazione di secondo; e come era stato terribile sentirsene privati; e che vanità le mie fantasticherie. Lo stridio del treno sulle rotaie rimosse ogni residuo di sognante serenità.
Rimasi lì, impietrito, per molti minuti.
Nella nebbia urbana e nella febbricola. Nebbia febbrile.

“Quando avrà mai fine questa agonia?”, pensai, disfatto nell’animo per l’ennesima illusione venuta a mancare e che di nuovo mi lasciava prosciugato dai sentimenti, buttato da qualche parte per il mondo ed in preda all’inerzia, maledetta inerzia.
Questa era infatti la sensazione preponderante dopo una grande gioia: disidratazione e incapacità ad agire. E non si poteva spiegare a nessuno! Mi è successo qualcosa di bello ed io come reagisco? Mi consumo tutto in esso, e poi ho bisogno di riprendere le forze, nutrendomi con una flebo di abitudinarietà e piaceri misurati, stando lontano dagli sbalzi. Ma in quei giorni quanti sbalzi!

Avevo perso il treno, e non avevo alcuna intenzione di aspettare il prossimo perché ormai sembrava tutto privo d’attrattiva ed ogni mia azione sarebbe stata inutile e troppo poco appagante. Perché poi andarti a trovare se in quel momento versavo in quella condizione tanto ridicola? Non avrei fatto che ferirti con la mia apatia. Dovevo assolutamente trovare una giustificazione al mio malessere.
La febbre mi dava più fastidio di prima, così corsi a casa per misurarla con il termometro. Il percorso a piedi non mi fece bene ed ora ero convinto che fossi davvero un malato grave.
Il termometro parlò: 37.4 °C.
Ridicolo.

Due soluzioni mi balenarono in mente: curarmi per levarmi quella febbricola di dosso e tornare attivo; oppure volgere al peggio la febbre, per avere una scusa alla mia inettitudine. Ebbene sì, il mio male era ancora troppo debole per richiedere la pietà altrui ma abbastanza intenso da rendermi un individuo totalmente passivo agli eventi, e questo era insopportabile. Volevo il dolore vero o la gioia vera, non una squallida via di mezzo. In ogni caso, capii presto che avrei scelto la più facile via dell’autoflagellazione.
Intanto ti chiamai (non so se ricordi quella chiamata) e ti dissi che avevano cancellato tutti i treni della mattina e non sarei potuto arrivare. La realtà era che uno sguardo negato mi aveva schiacciato in un inarrestabile dispiacere generale di cui la febbre era solo partecipe in minima parte.

Ricordo perfettamente che, terminata la chiamata, cominciò a cadere qualche goccia di pioggia. Non feci assolutamente nulla per evitare di bagnarmi e prendere freddo, nulla. Era troppo forte la speranza perversa di stare ancora peggio; palesare a tutti la mia infima condizione; saltare il lavoro quel pomeriggio; smettere di seguire convenevoli e abitudini cittadine alienanti; rinunciare al “dopo” per abbandonarmi ad un “adesso” senza noiosi progetti; distinguermi e ribadirmi come individuo in quanto senziente e quindi sofferente; sognare la mia iscrizione funebre scritta con cinico sarcasmo sulla porta di casa, per attirare almeno l’attenzione dei vicini. Peccato che senza un pubblico ogni mio gesto sarebbe stato indifferente al corso delle umane attività.
Passeggiai a lungo e a caso, tenuto al guinzaglio dall’angoscia e dalla solitudine, le quali sentivo come se mi passassero un coltello affilato su e giù per la pelle del petto e la pancia, minacciando di scuoiarmi da un momento all’altro.
Nel momento in cui mi sentii quasi tentato di sdraiarmi sul marciapiede in segno di resa, mi resi conto che era di nuovo crepuscolo, ma stavolta mattutino e beffardo. Non c’era modo di poterne godere in contemplazione, visto il mio stato psico-fisico; eppure realizzai una cosa: il crepuscolo stava sospeso fra la notte e il giorno o il giorno e la notte, e similmente mi trovavo io fra la malattia e la salute, fra lo star bene e lo star male. Come mai allora era impossibile sublimare la mia febbricola? Non era la febbricola il mio crepuscolo? Risi istericamente a quel pensiero. Poi tornai serio e m’incamminai verso casa tutto crucciato.

Non mi mossi per i successivi dieci giorni. Tagliai ogni tipo di comunicazione, lasciai il lavoro e rimasi perlopiù nel letto tutto il tempo, anche se ormai ero guarito dalla febbre.

Il 13 febbraio qualcuno bussò alla porta. Erano due carabinieri; mi chiesero conferma del nome, mi diedero una busta, espressero le loro condoglianze, se ne andarono.
Quel giorno diedi addio ad ogni “febbricola”, ad ogni inerzia.
Caddi in terra in lacrime, sviscerato dalla lama del dolore.

È curioso come quella distruzione di sé che in quei giorni andavo scelleratamente a cercare mi venne incontro come un pugno nello stomaco, all’improvviso, quasi a volermi dimostrare la mia stupidità e cattiveria, tutte in un solo momento. Allo stesso tempo, quel fatto mi ricordò del mio straripante egoismo grazie al quale per settimane evitai di andarti a salutare, senza motivo, senza giustificazione, come quando si ignora un problema col pensiero fisso di poterlo risolvere “più tardi”. Ecco quale problema, quale dolore cercavo di sublimare mentre guardavo il crepuscolo; ecco cosa mi stava sfuggendo di mano, cosa scivolava nell’oscurità e che io volevo ignorare.

Tutti questi pensieri riaffiorarono drammaticamente davanti alla tua lapide.

La tua era una sistemazione indegna in confronto alla persona che eri stata: un marmo spoglio con due scritte e una foto sbiadita. Per di più alla tua destra si trovava la tomba di un ragazzino di dodici anni, adornata da tantissimi fiori freschi e oggettini di vario genere. Incredibile quanto svalutiamo il valore di una persona via via con l’età che accumula. Cos’aveva quel bambino in più di te per meritare tutto quello sfarzo? Nulla di essenziale, probabilmente poco prima di morire aveva più legami di te, più relazioni che lo rendevano ancora “utile” a chi gli stava intorno. Con il tempo, restando in vita, sarebbe stato svalutato e dimenticato anche lui, invece fatalmente non dovette soffrirne le conseguenze.
Al contrario, tu non avevi più niente, mamma: io stesso ero scomparso e ti avevo rottamato.

Ma finalmente sono tornato, perché ho capito. Ho capito che quella febbre era la preparazione al giorno della tua morte. Solo tu potevi amarmi al punto da non lamentarti mai della mia terribile noncuranza nei tuoi confronti. Ed io sono qui per ringraziarti per il tuo silenzio e la tua pazienza che mi hanno dato una lezione di vita che sopravvive alla tua fine.

Sai mamma, scrivendoti questa lettera mi è parso di perdere un braccio. Sì, un braccio. O comunque qualche altra parte del corpo, qualche tessuto, qualche cellula. Chissà, magari se insisto e faccio correre e correre ancora la penna mi disarticolerò completamente, per poi poterti donare ogni mia parte e vederti ancora una volta viva davanti a me, a costo di rinunciare io stesso a qualche funzione corporea, solo per avere di nuovo la possibilità di dirti quanto ti voglio bene, o anche solo per farti leggere effettivamente queste mie parole, le quali solo una qualche fede ultraterrena potrebbe convincermi che ti verranno comunicate.

Non potendo fare altrimenti, appoggio questa lettera al tuo marmo: sarà il tuo epitaffio.

Con affetto,

figlio

Arcobaleno

Oh, come sente tanto la vita quel mio amico.

Mi viene in mente l’estate: le giornate assolate di caldo imperterrito; la natura verde, viva e brillante; la nostra libertà di correre fuori e di sentirsi leggeri davvero. Niente sembra concorrere alla gioia lucente di questa stagione, se non quando il clima ne è esausto, e noi con esso. Allora, così come un forte pianto sfoga e medica una delusione d’amore sorta per colpa della persona che ci aveva solo illuso di renderci lieti eternamente, allo stesso modo la tempesta sfoga e spazza via quel calore che, da piacevole, era diventato un’afa insopportabile.
Il dolore del cuore spezzato tornerà, l’afa tornerà; ma nel frattempo la pioggia delle lacrime e la pioggia del cielo ci regalano una pausa. L’estate è anche fatta da violente e scroscianti pause.

Ebbene, il mio amico sente la vita come vivesse sempre d’estate: i suoi sbalzi d’umore sono la sua regolarità, la sua abitudine, come per l’estate è abitudine alternare il sole agli acquazzoni.

Oltre a ciò, ci sono di quelle volte, tanto magiche e rare, che egli, come il clima estivo, riesce a costruire qualcosa di speciale. Questo avviene quando la luce e la tempesta della sua estate interiore e perenne si incontrano e formano atti di pura passione, pennellate lucenti mai viste prima. Infatti, il suo animo piange, ma le lacrime sono attraversate da una luce quasi divina, solare, creatrice: i raggi si disperdono e si rifrangono nelle gocce del pianto, creando un arco luminoso che la nostra vista non può che contemplare.

Mi rivolgo a te allora: che sorriso malinconico questo tuo arcobaleno, amico mio!

Io sono qui a scattare foto a quel ponte di colori, ma lo desidero così tanto toccare che non posso non avvicinarmi. Lo faccio sempre: corro verso il tuo arcobaleno, ma avvicinandomi lo vedo sfuggire progressivamente. Poi, quando si è spostato del tutto, do un’occhiata all’ambiente circostante e ti vedo: ti dimeni tanto per creare la tua opera, la vuoi spingere più in alto e farle abbracciare più terra possibile; ma nemmeno tu riesci a toccarla, al contrario la vedi e la senti a tuo modo, unicamente.

Ma non capisci che sei tu?! Sei tu l’arcobaleno, per quanto esso sia instabile e soggettivo per tutti! Mentre lo crei, guardati! E guardati anche per tutti i tuoi prossimi dipinti, anche se avranno sfumature così diverse fra loro. Sii da esempio per tutti e diventa lo spettatore di te stesso! Ogni sofferente dovrebbe diventare spettatore di sé, dovrebbe fermarsi a guardare l’arcobaleno che ha costruito da solo con le proprie lacrime e la propria luce!
Amico, apri gli occhi prima che sia troppo tardi!

Alla fine lo spettacolo si spegne; ci resta solo l’odore della pioggia lacrimosa e il dolce ricordo del tuo disegno nel cielo, mentre il tuo sole sbircia timidamente fra le nuvole e comincia ad asciugarti i prati e le strade del viso.

Lo so che hai paura di non essere nel cielo di tutti ma di dipingere piuttosto sul fondo di una cascata; hai paura di essere un prisma rifrangente in solitudine. Ma lo sai, anche in tal caso qualcuno ci sarà sempre: tu, amico di te stesso.

Non farti travolgere dall’impeto delle tempeste estive, fai filtrare il sole: ho bisogno dei tuoi arcobaleni ancora a lungo.

Resta, per favore.