Temi più la vita o la morte?

Al sesto pomeriggio freddo e piovoso di ottobre, l’allievo Elumaka si avvicinò a Maestro Wotalla nei pressi della Roccia Reminiscente, e lì gli pose il quesito che lo attanagliava sin dalle prime precipitazioni autunnali: “Maestro, temi più la vita o la morte?”
“È chiaro, caro Elumaka, che io tema più la vita che la morte. Qualcuno sostiene che non abbiamo motivo di temere la morte siccome essa è presente solo in assenza di vita, e quindi non se ne può mai fare esperienza sensibile; questa concezione mi pare assai insoddisfacente. Analizzando infatti il processo che ci porta passo passo oppure repentinamente a morire, osserviamo che, spesso, chi lo vive incontra sofferenze inenarrabili e prolungate; e ciò senza considerare l’inestirpabile angoscia, comune a molti uomini sia sani che morenti, rivolta all’ignoto del trapasso, momento che non può essere effettivamente descritto da nessuno che ancora respiri assieme a noi. Tuttavia, un aspetto è indubitabile, ed è quello che mi convince nell’essere meno timorato della morte rispetto alla vita: la morte, per quanto indesiderabile, una volta inveratasi porterà alla cessazione di ogni dolore, in quanto essa funge da liberatrice dalla schiavitù della vita, dove quest’ultima è radice e responsabile primaria di ogni sofferenza.”
“Saggi sono i tuoi ragionamenti, Wotalla”, annuì Elumaka. “Un dubbio tuttavia mi pervade”, aggiunse poi lo zelante allievo, dopo un paio di pensierosi passi sulla Roccia.
“Sono certo potrò scioglierlo per te”, asserì pacifico Wotalla.
“Ebbene, non prenderla come oltraggiosa accusa, ma io mi chiedo: se tu sostieni coerentemente la tua posizione, come ho fede tu faccia, e quindi temi davvero la vita più della morte, per quale ragione ancora non ti sei avviato a rifuggire la prima opzione, in direzione del male minore, cioè la seconda opzione, ottenuta per mezzo del suicidio?”
“Legittima e non oltraggiosa è la tua osservazione, giovane Elumaka. Quello che mi piace pensare è che mi libererei della vita immediatamente, se solo avessi la certezza di poterlo fare in un batter d’occhio, con minima sofferenza e completa garanzia di riuscirci al primo tentativo. La verità, ahimè, è che non voglio ammettere al me stesso più profondo che dovrò affrontare la morte. Perciò perduro nella speranza – forse vana – di condurre una vita dignitosa, con meno angosce e sofferenze possibili, e così facendo tengo la morte suicida come soluzione estrema, cioè come scappatoia nell’eventualità la vita dovesse esprimersi in tutta la sua crudeltà.”
“Grazie, Maestro Wotalla, come sempre è illuminante discorrere con te”, disse Elumaka, soddisfatto.
“Ringrazia la tua curiosità, non me”, sorrise calmo Wotalla.

Verso sera si allontanarono assieme dalla Reminiscente.
“Speriamo arrivi il sole i prossimi giorni”, sospirò Elumaka guardando il cielo nuvoloso.
“Non temere,” lo rassicurò Wotalla, “di certo il sole arriverà e renderà lieti anche questi giorni, prima che arrivi il grande gelo.”

irrilevante

La sera, quando finalmente poggiava la testa al cuscino, il giovane Alessandro rivolgeva sempre un pensiero a quanto sarebbe stato bello essere trafitto nel cuore da un affilato coltello da cucina.
L’identità dell’omicida era irrilevante: che fosse uno sconosciuto, il compagno di banco, o sua madre, non importava; a lui bastava raggiungere la morte. Il successivo sussurrare popolare innescato dalla notizia drammatica e l’ipocrita compassione della gente di paese sono giochini per le persone in vita, non per lui. Inoltre, solo con un lieve sforzo immaginativo, egli poteva già figurarsi il mattino seguente:  la famiglia che si stringe attorno al suo letto, lo stupore, l’orrore, le prime strazianti lacrime e le urla. I soccorsi medici, chiamati frettolosamente dal padre, non avrebbero potuto far altro che constatare il decesso avvenuto diverse ore prima: “Probabilmente dormiva e non ha sentito nulla”, sono le uniche parole che sanno dire ai genitori. E poi l’arrivo della polizia, le foto alla scena del crimine, la raccolta delle prove del delitto e così via.
Tutto estremamente irrilevante. Per quale ragione perdere tempo in queste sciocchezzuole terrene quando si può abbracciare con affetto l’abisso durante il dormiveglia? Sì, lui bramava che la morte lo cogliesse nel dormiveglia, perché da un lato non si può assaporare il momento se non con una minima vigilanza; dall’altro, il tipico trascolorare della coscienza nell’incoscienza, percepibile in fase d’assopimento, accompagna con più gentilezza nel mondo delle cose, rispetto al repentino trapasso vissuto in piena lucidità.
Ma questi non sono certo pensieri da poter esternare, no, no; Alessandro lo sapeva bene. La società è ancora indietro sul tema, e ancor peggio erano i suoi bigotti genitori, secondo cui la vita è il Valore per antonomasia, il tesoro da proteggere da ogni minaccia mortifera. Essi però non erano ingenui, e si erano accorti che il figlio si stava addentrando giorno dopo giorno in una inquietante cupezza, molto distante dai loro ideali vitalistici.
“Non ti piace il basket?” gli chiedevano, tentando di spronarlo allo sport.
“Non ti piace la storia?” insistevano, sperando in una incipiente passione intellettuale.
“Non ti piace la tua compagna di classe?” dicevano infine, convinti che almeno il richiamo biologico avrebbe acceso la sua volontà.
Di nuovo, tutto estremamente irrilevante, per Alessandro.
Il ragazzino era costretto a reprimere il suo unico vero impulso, di cui soltanto una misera espressione, che si possa dire sincera, gli era permessa da mamma e papà: la sua collezione di foglie secche e insetti morti. Questo e solo questo era il suo modo per avvicinarsi quanto più possibile alla morte, o almeno era l’unico che poteva emergere alla luce del sole senza la censura dei rimproveri genitoriali.
Senza dubbio,  era proprio la morte la protagonista insostituibile delle sue fantasticherie diurne e delle sue flebili elucubrazioni antecedenti al sonno. E in lontani tempi d’ingenuità, egli si era persino illuso che il grande momento potesse arrivare esattamente negli istanti del già citato dormiveglia, nei quali con chiarezza sentiva la coscienza illanguidirsi grado per grado, come a scendere una scala a pioli verso un ignoto, denso, opaco e inerte nulla. Tuttavia troppe notti erano terminate sbarrando gli occhi, quindi cominciò ad attendere pazientemente che una qualche lama salvifica gli desse il colpo definitivo. Da solo infatti si sentiva inferiore all’impresa, troppo piccolo e incapace, ma anche irremissibile al vaglio della sua stessa rudimentale morale da undicenne.
Già, stavolta era lui a sentirsi irrilevante, irrilevante di fronte alla maestosa Mietitrice.

Forse, se ci fosse stato qualcuno a dirgli che era normale vedersi così infimi e impotenti, avrebbe reagito, e quasi senza volerlo, avrebbe risalito la scala dell’abisso, per poi rinunciare all’anelito letale; oppure, al contrario, si sarebbe fatto coraggio e avrebbe incontrato la morte in autonomia. Mere congetture che, come si sarebbe osservato di lì a pochi mesi, non poterono concretizzarsi mai nella sua acerba biografia. Com’era più prevedibile, trascorse ancora molto tempo in sospensione, tra macabri auspici e irrilevante sopravvivenza.

Il 25 maggio di quello stesso anno, mentre si recava a scuola a piedi, venne colpito alla testa da una valanga di calcinacci staccatisi da un edificio in costruzione; morì sul colpo. Le battute e il sogghigno del popolino pervasero le viuzze del paese, ma passarono sottotraccia quando si dovette sfoderare le lacrime di coccodrillo. Naturalmente, la storia di Alessandro, i suoi pensieri, la sua sofferente volontà erano sconosciuti alla miopia esistenziale di chi ne descrisse la tragedia sui giornali locali:

“Amava la vita e i suoi genitori”, scrissero.

Com’è irrilevante per Alessandro.
Com’è atroce per i novelli spasimanti della maestosa Mietitrice.

Il nuovo duce

Era il quindicesimo anno senza governo, in seguito alla crisi dell’agosto 2019, e l’Italia versava in una stravagante guerra civile.
Le truppe della Lega avevano conquistato pacificamente buona parte del paese grazie alla retorica del loro leader Matteo Salvini, il quale girava città, spiagge e agriturismi a bordo di un mulo, aizzando le folle con un megafono. Egli si limitava a farfugliare poche parole, intervallate da gemiti e scatarrate: “Banche”, “Boldrini”, “Bruxelles”, “Beata Vergine Maria”. Le persone, colme di illitterata ammirazione, spalancavano le porte delle loro case per accogliere Salvini e baciare gli zoccoli dolenti e fascisti del suo mulo. Un unico coro s’alzava incontrastato nei cieli italiani: “SALVINI NUOVO DUCE, SALVINI NUOVO DUCE”.

Io e il mio compagno d’armi Giorgio Piovra ci trovavamo allora riparati al rifugio alpino ‘Daniel-San’, ultimo baluardo della resistenza alfabetizzata. Durante il giorno ci informavamo attraverso media clandestini, studiavamo trattati politico-economici, e cercavamo al contempo di organizzare il contrattacco alla fazione salviniana.
Purtroppo, quella campana di vetro da professoroni non sarebbe durata a lungo, in quanto eravamo gli unici due uomini a lottare contro un esercito di milioni di depensanti.

Una mattina, dopo una notte di furiosa tempesta, alzai lo sguardo alla bandiera d’Italia piantata sul tetto del rifugio, e fui presto investito da un’ondata di terrore: la tempesta aveva strappato la banda rossa del tricolore.
Era un segno? La distruzione del paese era prossima?
Quel che conta è che, in quell’istante, sentii tutte le mie velleità rivoluzionarie sgretolarsi, mentre con l’orecchio teso mi sembrava quasi di udire in lontananza ululati disumani scavarsi un tunnel sonoro tra le montagne. “SALVINI NUOVO DUCE, SALVINI NUOVO DUCE”, recitavano quelle voci.

In preda al panico caddi a terra, impugnai il mio rosario d’emergenza, lo baciai, e ripetei le seguenti parole, come un mantra: “Non sarà un numeretto deciso a Bruxelles a dirmi come comportarmi, non sarà un numeretto deciso a Bruxelles a dirmi come comportarmi, non sarà un numeretto deciso a Bruxelles…”
Anche io stavo imparando.

La panca

“Che vita di merda”, sbuffò Tommaso, abbandonandosi costernato sulla panca, dietro allo scaffale dei libri.
Era molto affezionato a quel luogo, a quella panca, a quei libri; ci andava spesso durante i giorni estivi, per cercare un po’ di tranquillità.
Di fronte a lui si apriva un paesaggio alpino, incorniciato da archi a tutto sesto, attraverso i quali passava una flebile brezza, in apparenza sempre uguale a sé stessa, anno dopo anno, proprio come l’imperituro profilo delle montagne e dei paesi arroccati su di esse.
Di fianco a lui, a destra, sostavano verticali i suoi commilitoni quotidiani. “La vera realtà è qui dentro”, pensava Tommaso, innamorato delle parole stampate che, statiche e impolverate nel loro involucro, sono dinamiche solo per la mente interpretante.

Quell’atmosfera era ciò che cercava ogni volta che si recava lì: la rassicurante eternità di un luogo senza tempo.

Perché allora, se aveva trovato ciò che agognava, Tommaso imprecava e deprecava la sua esistenza?
Semplice: perché era consapevole di stare mentendo a sé stesso.

Lui non voleva comportarsi come un bambino immaturo che guarda alla vita col sorriso idiota di chi ignora i problemi. La condotta degli ingenui gli era invisa così nel profondo da sentirne il fastidio nelle ossa.
Ma quel genuino sentimento di repulsione non bastava a spingere Tommaso verso una feconda pràxis. I suoi ideali erano soppressi da un perverso sentimento di impotenza, grazie al quale il tempo era divenuto una bestia autonoma, libera di fuggire in campo aperto, mentre lui, uomo inetto, già cominciava a indicarla da lontano, con la mano stanca e tremante di un giovane sin troppo anziano.

Allungò quella mano artrosica sullo scaffale, e afferrò ‘Il libro delle risposte a tutte le domande’.
“Cosa devo fare?” sussurrò Tommaso al libro, poi aprì una pagina a caso:
“PRENDITI DEL TEMPO PER RIFLETTERE”.
“Ancora riflettere? Ancora aspettare?” domandò di nuovo, deluso dalla risposta; poi riaprì il libro:
“OVVIAMENTE NO”.
Quanto tempo aveva perso in quel rito superstizioso? Quanto tempo aveva perso su quella panca?
Tommaso non sapeva decidersi.

Intanto, su un colle in bella vista, un castagno secolare era stato abbattuto.

Giochiamo a Dio che crea gli uomini?

“Papà papà, giochiamo a Dio che crea gli uomini?” chiedeva ossessivamente il piccolo Syddhartha. Era la vigilia di Natale, e quella sera suo padre lo stava aiutando a lavarsi nella vasca da bagno, così che l’indomani sarebbe stato pulito e profumato in maniera ineccepibile, in occasione del pranzo con i parenti.
“Non preferisci giocare con le barchette e le palline nell’acqua?” propose il padre.
“No, no, no! Non sono più piccolo, voglio fare i giochi filosofici dei grandi.”
“Ma non sai nemmeno cos’è la filosofia. Dai retta a me, lascia stare: ti annoieresti!”
“Io invece voglio giocarci!”
Il padre, ormai scocciato dalla prematura brama di sapere del pargolo, buttò l’occhio sugli oggetti galleggianti nell’acqua della vasca, in cerca di idee per risolvere al più presto quell’impiccio.
“Sai che ti dico?” annunciò sorridendo al figlio “Va bene. Ora ti mostro la creazione dell’uomo.”
Con una rapida mossa raccolse dalla vasca una spugnetta circolare inzuppata d’acqua, e la lanciò contro la parete, di fianco alla stessa vasca; la spugnetta aderì all’istante alla superficie piastrellata.
“Ecco, io sono Dio, questo mio gesto era la creazione, e quella spugnetta appiccicata alla parete è l’umanità”, affermò con sicurezza.

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“E adesso gli uomini cosa fanno?” insistette Syddhartha.
“Scivolano lentamente verso il basso, verso la vasca.”
“E cosa rappresenta la vasca?”
“Suvvia…so che sei un bambino intelligente”, sussurrò il padre dando una carezza al figlio.
Syddhartha fissò la spugnetta che nel frattempo era scivolata di diversi centimetri lungo le piastrelle.
“E invece cosa succede se Dio non c’è?” chiese dopo un lungo silenzio.
Voltandosi, notò che il padre non era più lì con lui. La spugnetta continuava a scivolare.
“Papà! Papà!” urlava il bambino, ma nessuno sembrava udirlo. “Papà! papà!”
“Smettila!” gli intimò all’improvviso una voce proveniente dall’ingresso del bagno. Una figura emaciata e ingobbita avanzò piano verso la vasca: era Federancio, il fratello maggiore di Syddhartha. Egli si sedette sul bordo della vasca, poi si rivolse con veemenza al fratello minore: “Il Padre è morto! Il Padre resta morto! E noi l’abbiamo ucciso!”
“Ma io non ho fatto proprio niente”, si schermì impaurito Syddhartha.
“Non ne sarei così sicuro”, osservò Federancio indicando il contenuto della vasca.
Syddhartha allora abbassò lo sguardo, e con il più tetro terrore si accorse di essere immerso in un lago di sangue, carne e ossa maciullate. Federancio ora rideva, si contorceva ed esultava, mentre il fratellino era paralizzato dalla visione della melma cadaverica.
Intanto, nonostante lo sconquasso, le risate e i terrori, la spugnetta circolare proseguiva nel suo inesorabile moto: scivolare, scivolare, scivolare. Ma non sarebbe stato così per sempre, perché il semicerchio inferiore si era già, irrimediabilmente, macchiato di rosso.
“Buon Natale, fratellino,” sogghignò Federancio, “e buon Natale anche a te, Papà.” 

I due suoni

Un tizio mi scansò con una spallata e corse veloce sulle scale mobili; lì capii che esistevo anche per gli altri. Esistevo eccome, sì. Ma esistevo come volume, densità e peso, tanto che credetti per un momento che volessero misurarmi per bene, magari usando metro e bilancia, anzi, calibro e dinamometro – sia mai essere troppo grossolani.
È così che vanno le cose in città, mi avevano avvertito. A nessuno interessa chi sei, a cosa pensi, cosa senti; l’importante è che tu, agglomerato di molecole sudanti, ti sposti subito, che devo andare a lavorare. In metropolitana, al supermercato e persino nel cortile condominiale tutti si lanciano sguardi oggettificanti: mentre l’altro mi guarda smetto di essere una persona per diventare una cosa, una cosa che fa determinate cose fra altre persone, le quali sono altre cose. Se lungo i marciapiedi sono poco più che un corpo che ostruisce il passaggio a un lavoratore irritato, quando mi rivolgo a un cliente dal call center sono un rumore meccanico che si vuole presto sopprimere.
Poi sicuramente c’è qualcuno che si impegna di più e oltre a un primo sguardo cerca di intuire i tuoi pensieri dal corpo, dai vestiti e dall’espressione che rendi pubblici. Un’attività lodevole, si potrebbe pensare. Gli scrittori fanno qualcosa simile quando cercano di mettere su carta i pensieri della gente incrociata per strada: quel vecchio corrucciato che tossisce e respira in affanno starà sicuramente maledicendo gli anni di tabagismo sfrenato; quel ragazzo che passeggia piano lungo la banchina e sorride fra sé aspettando il tram non può che essere in attesa di una serata in dolce compagnia. Sono supposizioni interessanti, talvolta corrette, può darsi; ma non fanno altro che rendere quelle persone delle comparse, cioè semplici e monocromatiche tessere di un mosaico che fa da sfondo alle figure dei protagonisti, i quali sono invece profondissimi e sfaccettati.
Ecco, avrei voluto essere un protagonista in questa città. O, se non altro, avrei voluto non essere più una comparsa. Tuttavia ciò era impossibile, perché nessuno fra quei distaccati sguardi cittadini poteva arrivare a toccare la mia essenza di persona. Nessuno poteva vedere, sentire o immaginare gli scampanellii e i fischi che udivo e tutt’oggi odo solo io nel privato della mia soggettività, e che dalla tarda adolescenza spesso ordiscono la trama del mio agire all’oscuro dalle apparenze esteriori.
Quando vivevo con la mia famiglia, chiunque era al corrente dei due suoni che imperversavano nelle mie orecchie: i miei genitori, gli zii, i cugini e, a dirla tutta, l’intero paesino in cui abitavo. Tutti sapevano che era un allegro e squillante scampanellio a tenermi sveglio la notte mentre venivo pervaso da un’incontenibile ispirazione letteraria. Prendevo la penna e scrivevo senza sosta fino al suono della sveglia; poi a scuola procedevo con il lavoro, ignorando le lezioni. Continuavo così, accompagnato da un concerto fisso e martellante nelle orecchie, per settimane, evitando cibo e sonno. Alla fine del processo mi ritrovavo con pile di racconti sconclusionati e un unico, continuo fischio impenetrabile, come sibilo di un vento monotono e densissimo; quindi i miei sensi si appannavano e affogavo esanime nel letto, per mesi.
I miei famigliari, accettando di non poter zittire quei suoni con alcun farmaco, mi proposero uno psicologo che mi aiutasse almeno a conoscerli e a controllarne gli effetti sui miei comportamenti. Comunque, in generale, non vi fu un solo momento in cui i parenti o i paesani, semplice e affabile gente di campagna, mi fecero pesare il mio particolare modo d’essere, tanto che mi sentii sempre incluso nella seppur modesta vita sociale del posto. Ero strano, ero instabile, ma ero io, ed ero a mio agio nella nudità con la quale mi mostravo agli altri.
Scampanellii e fischi divennero una parte di me; ancora adesso, a distanza di quindici anni dalla loro prima insorgenza, ritornano spesso, frenetici, irruenti e caotici.

Fissai a lungo quell’uomo, finché non sparì oltre le scale mobili. Volevo vedere attraverso l’epidermide di falsità che lo avvolgeva: forse anche lui era in preda a un qualche recondito acufene; ma come potevo scoprirlo con uno sguardo così superficiale? Di colpo realizzai che così come io subivo lo sguardo dell’altro su di me, così l’altro subiva il mio su di lui. Dovevo subito fuggire da quella bolla alienante in cui ero cascato un anno prima, quando mi ero trasferito in città.
Uscii dalla metropolitana e mi diressi il più in fretta possibile verso il mio appartamento. Era già molto tardi e sarei dovuto andare a dormire, ma ormai lo scampanellio mi aveva avvertito: quella sera doveva avvenire la svolta.
Entrai in casa, accesi il computer e cominciai a inviare richieste a ogni corso ed evento sociale che trovai online. Il cambiamento fu immediato: nel mese successivo partecipai a corsi di teatro, andai ad allenarmi in palestra, organizzai personalmente uscite con i colleghi e frequentai diverse ragazze. Socializzare mi sembrava la maniera più naturale per conoscere davvero le persone in quanto persone, e non in quanto cose. Tuttavia fu soltanto nella compagnia di una mia collega che trovai il tipo di connessione che andavo cercando. Ci vedevamo spesso in gruppo o da soli, e lei cominciò presto a confidarmi i suoi pensieri e i suoi problemi personali: le liti con la madre iperprotettiva, la morte prematura del fratello, le sue tendenze suicide e molto altro. Incantato da tutta quella sincerità mi venne spontaneo parlarle di me. I due suoni che per mesi avevo patito in solitudine fra gioie e dolori emersero finalmente di fronte a un’altra coscienza, e così, quasi da un giorno all’altro, mi sentii come se mi fossi riappropriato della mia interiorità in precedenza annichilita dagli sguardi metropolitani. Grazie a quella ragazza sembrava che la mia tangibile corporeità fosse tornata a coincidere con la mia inafferrabile mente in un’assoluta coerenza esistenziale, proprio com’era stato negli anni vissuti in campagna. Ecco quindi che quella sensazione di unità e completezza rianimò la nostalgia degli armoniosi tempi andati: serviva un ultimo simbolico gesto che unisse un passato che non volevo perdere con un presente che avevo appena conquistato.
Alla luce di quei pensieri, decisi che dovevo rivedere i miei genitori. Non tornavo spesso in paese da quando mi ero trasferito; molti amici se n’erano andati per lavoro, come me, quindi passavo solo di rado per trovare i miei.
Presi il treno un pomeriggio di fine novembre e dopo quattro ore arrivai al paesino. Le viuzze selciate erano deserte e una pioggia sottile e fredda impregnava l’aria d’indifferenza; perciò scappai in fretta dentro casa, cercando calore umano.
La serata era stranamente silenziosa: i miei mangiavano zitti e guardavano basso verso il piatto di polpette al sugo. Pensando di ravvivare gli animi, presi l’iniziativa e raccontai loro della mia nuova ragazza, di quanto mi stava aiutando nella vita cittadina e, insomma, di come stavo gestendo bene gli acufeni grazie a lei.
«Hai ancora quei suoni?» chiese mia madre come colta alla sprovvista.
«Sì, certo, lo sai che non posso guarire», risposi con altrettanto stupore.
«Non ne sono così sicura. Forse basterebbe mangiare un po’ di più, sai. Poi che ne so, magari i suoni te li immagini e basta. Di sicuro non ti farebbe male un po’ di ferro e calcio».
Non aggiunse altro e si versò del vino. Mio padre continuava a mangiare in silenzio.
Guardai le polpette coperte di sugo: sembravano una massa indistinta di cadaveri in un bagno di sangue. In quell’istante sentii lo sguardo di mia madre calarmi addosso impietoso, in attesa che dicessi qualcosa. Fu allora che mi attraversò il dubbio che nessuno in quella stanza, né quelle palline di carne nei piatti né la nostra carne umana semovente, fosse in grado di pensare o sentire alcunché; eravamo cose, come gli omini in città.
«Hai ragione, mamma.» annunciai poco dopo, «Starò attento all’alimentazione».
Finimmo la cena senza sprecare altre parole.
Nel buio di quella notte di campagna lo scampanellio scomparve e venne sostituito da un lugubre fischio che fino a pochi giorni fa mi ha fatto una molesta compagnia. Non saprò mai dire chi prese le redini della mia vita dopo quella sera: io o quel fischio spaventoso? Forse tra le due entità non c’è nemmeno differenza. In ogni caso, appena tornato in città abbandonai la mia ragazza e mi asserragliai al baluardo della mia solitaria soggettività, proteggendo in segreto i due suoni dai fraintendimenti degli sguardi altrui.

Adesso, mentre scrivo queste righe, sono attorniato dal silenzio; eppure so che prima o poi un urlo improvviso rimbomberà nel mio cranio e mi sentirò di nuovo come se fossi nella mia accogliente casa adolescenziale. “Il vero me non mi abbandonerà mai”, mi ripeto per autoconvincermi.
Intanto fuori dalla finestra l’inverno è gelido e mi guarda con occhi vitrei.
Cucinerò qualcosa per riscaldarmi un po’.

“TEN YEARS YOU’VE GOT BEHIND” (riflessione serale, quasi-notturna)

Riporto qui di seguito un mio post scritto su Facebook il 09/12/2018

L’anno prossimo sarà l’anniversario dei miei dieci anni su Facebook.

Si potrebbe dire che sono cresciuto assieme a questo social, visto quanto entrambi siamo cambiati dal 2009 a oggi. In questo lungo lasso di tempo ho potuto odiarlo, amarlo, criticarlo, apprezzarlo, ma mai come quest’anno avevo avuto occasione di vederlo in declino, o, se non in declino, almeno non più come il re indiscusso della sua categoria.
In generale, i dati ci dicono che Facebook ha una crescita di utenza attiva che zoppica.
In particolare, si nota un progressivo “invecchiamento” degli utenti su fb.

I giovincelli sembrano preferire altri social, tipo Instagram.

Personalmente ritengo questa sorta di “passaggio di testimone” tra Facebook e Instagram (passaggio che è tale solo con grande approssimazione, sia chiaro) un evento davvero significativo.

Ricordo che negli anni passati, per svalutare Facebook, se ne sottolineava ad esempio la superficialità, il carattere di intrattenimento becero, la transitorietà dei contenuti e così via.
Da parte mia, se sulla transitorietà potrei essere d’accordo, sulla superficialità lo sono un po’ meno, per il semplice motivo che i contenuti (e quindi la “qualità dell’intrattenimento”) li può selezionare l’utente stesso, scegliendo chi seguire e chi no.

In ogni caso, proviamo a fare un confronto, proviamo banalmente a chiederci: Instagram comporta un miglioramento rispetto a quei presunti difetti di FB?
Instagram è un social che punta tutto o quasi tutto sull’immagine (foto e brevi video), quindi di per sé è strutturalmente diverso da FB. Il discorso sulla transitorietà e l’intrattenimento non credo che cambi granché. Ciò che cambia è appunto il modo attraverso cui ci si può esprimere e mostrarsi al mondo, e in questo senso è inevitabile osservare come su Instagram il testo scritto sia declassato a didascalia, commentino e niente più.
Il fulcro dell’attenzione è sull’immagine, il resto è contorno.

Ora, questa non vuole essere una critica a Instagram, mezzo che fa il suo mestiere e che non avrebbe scopo di esistere altrimenti.

Piuttosto, credo che la questione da porsi sia: che fine farà la comunicazione testuale e il testo scritto in senso lato, se la stragrande maggioranza dei giovani migra in massa da un social già così immediato e visuale come Facebook verso un altro ancora più improntato alla immediatezza e la visualità come Instagram?

Credo che sia legittimo e non moralistico porsi questa domanda, considerato che questi mezzi di comunicazione hanno una enorme influenza in chi li utilizza quotidianamente.
Insomma, se il testo scritto scompare dai principali mezzi comunicativi qualche effetto si dovrà pure notare nel nostro modo di interpretare il mondo e gli altri, no?
Si va sempre più in direzione di una conoscenza del mondo per immagini a scapito di una conoscenza del mondo per fonti scritte? Noi, intesi come persone, parenti, amici e amanti ecc., ci conosceremo ed entreremo in relazione sempre più attraverso foto e stories della nostra vita, piuttosto che raccontandoci a parole all’Altro?

Ma soprattutto, facendo passare altri dieci anni, su quale social e in quale forma comunicativa potrò riproporre un messaggio di questo tipo sperando che qualcuno mi caghi?

Black Mirror (pt.3): San Junipero, felicità e immortalità

Nello scorso articolo su Black Mirror preannunciai che avrei parlato di una puntata a lieto fine (o presunto tale). Come suggerisce il titolo dell’articolo, si tratta della memorabile 3×04 “San Junipero”.

Ovviamente, da qui in avanti: SPOILER SU “SAN JUNIPERO”.

Il mondo/città che dà il nome all’episodio, San Junipero, è una realtà simulata dove i morti possono continuare a vivere in eterno e gli anziani possono concedersi brevi visite. Sia i deceduti che gli anziani vivono però a San Junipero con i loro corpi nel pieno della giovinezza, così che la loro permanenza sia più piacevole possibile. Le due protagoniste della storia, Yorkie e Kelly, si innamorano, e decidono che una volta morte passeranno l’eternità assieme e sposate, facendo fissare le loro coscienze nella realtà simulata.

Questa era la trama in pochissime parole.

San Junipero, luogo idilliaco dove regna l’armonia, l’amore vivido giovanile e i più disparati svaghi, sancisce il tentativo umano di realizzare nient’altro che il paradiso in Terra. “We’ll make heaven a place on earth. Ooh heaven is a place on earth” recita la canzone di Belinda Carlisle che chiude l’episodio – scelta di colonna sonora a dir poco azzeccata.
Date le premesse felici e spensierate dell’episodio, lo spettatore medio di Black Mirror abituato ad una sfilza di finali di episodio spietati, potrebbe tranquillamente aspettarsi che succeda qualcosa di molto brutto alle protagoniste di “San Junipero”. Al contrario, Yorkie e Kelly, una volta oltrepassata la morte corporea, vengono mostrate felici e pronte alla loro infinita luna di miele in un universo disincarnato.
A fine visione, ipotizzo, lo spettatore potrebbe sentirsi in due modi:
1-tradito da una serie che doveva mostrare i drammi della tecnologia;
2-consolato, perché forse la tecnologia può davvero fare qualcosa di buono.
Come ho già detto in precedenza, secondo la mia visione non importa se il finale è pessimista o ottimista; l’unica cosa che conta è che Black Mirror ancora una volta fa riflettere. E ci sono due domande dalle quali possiamo partire per cominciare a riflettere davvero su “San Junipero”:

“Avrei fatto anch’io la scelta di Yorkie e Kelly?”;
“Saranno davvero felici?”.

È curioso che questi interrogativi si ritrovino in qualche modo anche nel testo “Anarchia, stato e utopia” di Robert Nozick, il quale descrive qualcosa di simile a San Junipero:

Supponiamo che esista una macchina dell’esperienza capace di darci qualsiasi esperienza desideriamo. Un gruppo di neuropsicologi eccezionali si offre di stimolarci il cervello in modo da farci pensare e sentire come se stessimo scrivendo un grande romanzo, o stringessimo amicizie, o leggessimo un libro interessante. Per tutto il tempo galleggeremmo in una vasca, con elettrodi applicati al cervello. Resteremmo collegati a questa macchina per tutta la vita, pre-programmando le nostre esperienze?¹

San Junipero è con buona approssimazione il luogo di realizzazione della macchina dell’esperienza di Nozick, in quanto chi si trova nella realtà simulata dell’episodio può provare esperienze straordinarie, senza effettivamente compierle. L’unica differenza è che in San Junipero si può prolungare in eterno questa condizione.
Un uomo non del tutto edonista che dovesse rispondere alla domanda di Nozick e alla nostra prima domanda (“Avrei fatto anch’io la scelta di Yorkie e Kelly?”)  potrebbe dire che per lui sarebbe inaccettabile sottoporsi ai vizi della macchina dell’esperienza (da ora sinonimo del sistema virtuale di San Junipero) perché egli vuole fare le esperienze e non semplicemente avere esperienza di farle, oppure potrebbe dire che vuole avere contatto con una felicità vera, autentica, e non con una finzione che assomiglia più ad una vita passata sotto l’effetto di sostanze psicoattive.
Preoccupazioni pienamente comprensibili quelle del nostro ipotetico uomo, se non fosse che siano facilmente superabili nel momento in cui immaginassimo una macchina dell’esperienza talmente efficiente da farci sembrare di fare le esperienze e da rendere la realtà simulata quella che per noi sarà l’unica realtà esistente, la realtà stessa.
A queste condizioni chi non vorrebbe sottoporsi al trattamento della macchina, chi non vorrebbe vivere per sempre a San Junipero? Forse soltanto qualche puritano della “vita vera”, il quale però non sa che, nonostante le sue rigide convinzioni, se fosse collegato a sua insaputa alla macchina dell’esperienza, si dimenticherebbe all’istante del suo conservatorismo e comincerebbe a godere delle sensazioni paradisiache figlie della moderna tecnologia.
Forse, forse. Tutte ipotesi.
Personalmente sarei inquietato dal relegare la mia coscienza a San Junipero, ma davvero non riesco a capire, con le premesse che ho elencato finora, se accetterei o meno quella vita fittizia.

Ma cerchiamo di comprendere meglio la situazione presa in esame, cercando di rispondere alla domanda “Saranno davvero felici a San Junipero?”.
Per rispondere ritengo si debba fare un passo indietro nei nostri ragionamenti.
Per ora abbiamo dato più o meno per scontata la realizzabilità del progetto di San Junipero e della macchina di Nozick, mentre nei fatti le cose stanno molto diversamente.
Uno stato di eterne soddisfazione, felicità, esperienze positive ecc. non è verosimile da un punto di vista costitutivo dell’essere umano. Non si tratta di porre limite alla potenza innovativa della scienza in campo di “stratagemmi” per incrementare la felicità umana: non ho dubbi che si faranno grandi progressi in tal senso.
Il problema è piuttosto che la felicità umana non trova mai un definitivo stato di compimento. Non bisogna infatti dimenticare che l’appagamento, il piacere, la felicità, in ogni loro forma, sono sempre dati in seguito al passaggio da uno stato di mancanza di qualcosa (mancanza dell’oggetto di un proprio desiderio) ad uno stato di realizzazione e consumazione (quando si raggiunge l’oggetto dei desideri). C’è quindi sempre una distanza tra ciò che desideriamo per la nostra felicità e noi, e in questa distanza risiede il dolore, cioè la condizione in cui ancora non si è realizzato ciò che pensiamo possa renderci felici e completi.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma io, per definizione, a San Junipero ho già tutto ciò che desidero; una volta che ho tutto quello che desidero, non vorrò più nient’altro e sarò solo felice”. Arthur Schopenhauer risponderebbe: no, perché ti annoieresti di quello che hai e cominceresti a volere qualcos’altro, a rivolgerti a qualcosa di nuovo. Non si tratta di essere particolarmente bisognosi di stimoli o essere bambini permalosi e viziati; si provi a pensare ad esempio al senso che cerchiamo di dare alla nostra esistenza: se realizzassimo tutto nella vita e non avessimo più nulla a cui tendere, nessun obiettivo, nessun progetto, nessuna missione, allora non avremmo più nemmeno un senso, una ragione per stare al mondo e non faremmo altro che sentirci inutili (o annoiati esistenzialmente), perciò cercheremmo subito nuovi obiettivi a cui tendere, nuovi progetti da realizzare. Ecco quindi che l’uomo deve sempre oscillare tra il dolore di non aver ancora realizzato qualcosa e la noia scaturita dall’aver realizzato qualcosa che non può più dargli ulteriori soddisfazioni (sempre parafrasando Schopenhauer), e non c’è realtà altra che possa evitare questo processo in cui il dolore è un passaggio necessario per raggiungere una qualche forma di temporanea felicità. (Ho già toccato questi temi, qui)
Alcuni potranno pensare che questo ragionamento è un sofisma, un giochino logico per screditare l’ipotesi “San Junipero”, che comunque sarebbe una soluzione ottimale all’invecchiamento e alla morte. Io invece penso sia importante ricordare che persino un’ipotetica San Junipero, per quanto maniacalmente costruita, a furia di scacciare il dolore dell’uomo a colpi di sensazioni, non farebbe altro che spostare quello stesso dolore due passi in là, per poi ritrovarselo tra i piedi, seppur con un volto diverso.

Lasciamo però da parte questo discorso e riflettiamo un momento sul fatto che, nonostante gli inevitabili effetti collaterali della iper-stimolante realtà simulata, potremmo avere un mondo in cui vivere con la garanzia di infiniti stimoli positivi a nostro piacimento. Dopotutto, nella stessa messa in scena dell’episodio sembra che anche a San Junipero ci sia spazio per sentimenti negativi, ma una volta soppesati beni e mali risulta essere comunque una sorta di paradiso in Terra.
Dati questi presupposti, sarebbe auspicabile vivere in questa realtà virtuale in eterno? Sarebbe auspicabile l’immortalità?
Propongo le parole di Borges nel suo racconto “L’immortale” per affrontare il tema dell’immortalità:

La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l’ultimo; non c’è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto d’un sogno. Tutto, tra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale. Tra gl’Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l’eco d’altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. Non c’è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario. Ciò che è elegiaco, grave, rituale, non vale per gli Immortali.²

L’uomo mortale ha un tempo limitato e quindi delle possibilità di essere e di azione limitate. Ciò significa che non ha un’infinita possibilità di tentativi per ripetere e correggere gli eventi che gli accadono; non c’è l’opzione di realizzare uno schizzo della propria vita e poi, quando si preferisce, farne la versione definitiva in bella (Kundera scrive “lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro“³). L’esistenza mortale avviene in fretta ed è subito irreparabile e, come dice Borges, irrecuperabile. Eppure è proprio nella sua contingenza e finitezza che risiede la preziosità della vita umana: ogni momento, azione o pensiero possono essere gli ultimi e irripetibili, per questo sono gravati da un carico incalcolabile di valore. Al contrario, qualsiasi azione realizzata da un individuo immortale è priva di senso: ogni risultato è indifferente, perché non è mai davvero definitivo e si può sempre ripetere, correggendolo; per lui “Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario“.

Tirando le somme di quanto detto, forse non sembra più così entusiasmante l’idea di soggiornare a San Junipero…o in generale in un qualsivoglia paradiso: la felicità costante è irraggiungibile perché è sempre un passo oltre a noi e l’immortalità è una condanna all’insensatezza del nostro essere e del nostro agire.

San Junipero ha molto altro da dire (e da suggerire), ma per quanto riguarda quello di cui volevo parlare mi fermerò qui.
La serie di articoli su Black Mirror dovrebbe continuare prossimamente, con altre idee su altri episodi.

See ya.

¹ R. Nozick, “Anarchia, stato e utopia” (1974), il Saggiatore.
² J. L. Borges, “L’Aleph” (1952), Feltrinelli.
³ M. Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” (1984), Adelphi.

La scutigera

Francesco era un ragazzino di 11 anni molto intelligente e curioso, e sin dalle elementari aveva dimostrato un grande senso del dovere e una imperterrita diligenza nei confronti della scuola. Egli però non era solo bravo a studiare sui libri di scuola: persino nel tempo libero era infatti solito immergersi nell’approfondimento di svariati argomenti extrascolastici, così da essere sempre gravido di storie e aneddoti che poi andava a riversare con passione nei temi e nelle verifiche. Gli insegnanti avrebbero avuto piacere nel sentirlo parlare di quelle sue scoperte di fronte alla classe: forse sarebbe stato un modo per stimolare allo studio i suoi compagni più scansafatiche. Francesco però era molto timido e centellinava le parole con chiunque, figuriamoci di fronte a una platea di 20 coetanei. In ogni caso lui si sentiva indubbiamente orgoglioso dei suoi interessi, ed era piuttosto sicuro che dietro ad ogni “eureka!” dei suoi amici ci fosse qualcosa che lui già sapeva.
Il lettore potrebbe ora pensare che il nostro protagonista fosse in qualche modo lo stereotipo del secchione che passa tutte le giornate sui libri, senza riuscire a integrarsi socialmente. Sgombrerò quindi la mia narrazione da ogni equivoco: Francesco era sì timido, silenzioso e studioso, ma in nessun modo si può dire che fosse chiuso in sé stesso e reclinato su una scrivania a imparare nozioni per riempire un vuoto di affetti. Egli si affidava alla compagnia di pochi ma fidati amici e alle cure della sua dolce e protettiva famiglia; nel profondo del suo animo sapeva di non avere bisogno di nient’altro: lui era felice così.
Tuttavia si sa che ogni giovanissimo – adolescente o preadolescente che sia – va incontro a dei cambiamenti radicali che spesso sconvolgono l’armonia della sua vita. È inutile perciò che spenda altre parole nel descrivere l’apparente eterna imperturbabilità di un undicenne, e mi avvierò subito a raccontare quando e come questa imperturbabilità fu infranta irrimediabilmente.

Tutto ebbe inizio una mattina scolastica qualunque, durante l’intervallo; i compagni di Francesco si erano riuniti sul fondo del corridoio e parlavano concitatamente di qualcosa. Non potendo non udirli mentre usciva dal bagno, Francesco capì che l’oggetto della discussione era un centopiedi, un centopiedi molto particolare chiamato scutigera coleoptrata. Aveva già sentito parlare di quell’animale, ma doveva riconoscere di non saperne nulla, così come non era mai riuscito a vederne un esemplare, nonostante fosse molto diffuso dalle nostre parti. I ragazzini ne parlavano come se avessero scoperto una miniera d’oro e ognuno di loro raccontava eccitato le proprie esperienze delle volte in cui l’aveva incontrato.
Allarmato dal fatto di non essere informato come i suoi compagni, quel pomeriggio stesso Francesco si affrettò a fare una ricerca sulla scutigera. Il centopiedi in questione è dotato di un lungo corpo grigio-giallastro da cui spuntano 15 zampette; vive in ambienti tendenzialmente freschi e umidi, ma lo si può trovare in ogni angolo di una normale abitazione, quasi sempre nascosto agli occhi indiscreti. Guardando qualche immagine della scutigera, Francesco ne rimase vivamente disgustato, non potendo capacitarsi di come un essere immondo di quel tipo potesse aggirarsi nelle case – anche nella sua di casa – così indisturbato. Continuando a informarsi, scoprì con sorpresa che quel mostriciattolo è del tutto inoffensivo per l’uomo e che solo in rari casi ci può mordere, solitamente senza recare gravi danni. Piuttosto, qualunque sito internet consigliava di non uccidere la scutigera, per la semplice ragione che essa è insettivora e quindi può essere d’aiuto nel liberarsi di altri insetti fastidiosi che tendono a insediarsi nelle abitazioni e talvolta a infestarle, come nel caso di cimici, formiche, termiti, pesciolini d’argento e zanzare. Insomma, non solo quella bestia rivoltante non è pericolosa, ma addirittura è un bene da preservare, qualcosa che, se si impara a conviverci, può persino rendersi utile nel combattere ciò che davvero ci dà problemi.
A Francesco quest’intera questione appariva alquanto grottesca e inquietante, in quanto vi era in essa qualcosa di estraneo e familiare allo stesso tempo, come se la scutigera fosse sia un’entità esterna e lontana da lui, sia qualcosa a cui era legato inscindibilmente. Comunque non si volle soffermare oltre in riflessioni deliranti e tornò ai suoi impegni quotidiani.
Un ragazzino che si interessa di animali schifosi, che c’è di rilevante? Probabilmente sarei d’accordo con questa obiezione, se solo la scutigera non fosse diventata, nel giro di poco tempo, l’oggetto di una così sconvolgente fobia nei pensieri di Francesco. Molti di noi già sanno cosa vuol dire fare esperienza di una fobia, una fobia magari nata all’improvviso e presto pronta a perseguitarci giorno dopo giorno. Non è chiaro come essa insorga, ma forse basta che un’immagine, una frase colta per caso o una qualsiasi altra imprevedibile e traumatica suggestione precipiti come un seme maligno nella nostra fragile e fertile coscienza perché una fobia possa germinare, poi crescere, irrobustirsi, ramificarsi ed estendersi fino ad essere tanto ingombrante da non poterla più ignorare. È un processo di cui nemmeno ci si accorge, perché quando ciò avviene, una perversa angoscia si è già avvolta attorno a noi come una pianta rampicante che stringendoci coi suoi rami ci toglie il respiro, mentre lei tenta soltanto di aggrapparsi a qualcosa che la sostenga e la faccia sopravvivere.
Francesco non poteva sapere di avere ricevuto il seme della fobia, mentre davvero nessuno potrà mai sapere se ciò accadde quand’egli fece quella ricerca sulla scutigera o addirittura molto tempo prima.
Una cosa però è certa: la sua mente non sarebbe stata soffocata da una crudele pianta, ma da qualcosa di ferino e indomabile.
Ci vollero un paio di settimane ma infine, in un momento di noia mentre stava disteso sul letto della sua cameretta a fine serata, Francesco si ritrovò a rimuginare sull’ignobile centopiedi: “E se entrasse nel letto mentre dormo? Mi morderebbe? Farà male? Non ci credo che è innocuo. E se poi si riproducesse? Se infestasse la mia camera? A quel punto diventerebbe lui il problema; altro che insetticida provetto! Forse è già qui in giro da qualche parte. Lo sento, lo sento che è qui, è qui che si nasconde e mi vuole fare del male…
Per controllare il panico cercò di distrarsi mettendosi a leggere dei libri presi a caso da uno scaffale. Non avendo successo, provò allora a convincersi che la sua era una fissazione irrazionale e infondata, per non dire ridicola; in questo modo riuscì persino a farsi una mezza risata fra sé e sé, salvo poi notare che l’angoscia era più forte di ogni ragionamento e che essa tornava ogni volta a fare capolino nelle sembianze minacciose della scutigera, come in un circolo vizioso del pensiero. Prigioniero della sua stessa mente, Francesco non riusciva ad acquietarsi e si mise a battere i pugni sul letto, sul muro, su di sé, non trovando la chiave per evadere da quel suo male interiore. La notte era ancora lunga e solo quando fu sfinito dal lavorio della fobia, Francesco cadde in un sonno profondo.
Questa dinamica si ripeté per svariate serate successive, a volte in maniera più blanda, altre volte con grande sconquasso emotivo.
Perché si era così fissato su quell’animale? Di primo acchito diremmo che lo temeva e che l’avrebbe evitato a qualsiasi costo. E se invece lo stesse desiderando inconsciamente, come in preda a un impulso caotico e autodistruttivo? E perché allora, se lui viveva con il terrore di incontrare la scutigera, le altre persone al contrario sembravano estranee a quell’angoscia?
Senza dubbio anche Francesco si era posto simili questioni nei momenti di maggior lucidità, e si rendeva conto di non poter trovare una soluzione da solo, nonostante la sua intelligenza fuori dal comune. Sapeva di avere la possibilità di rivolgersi ai genitori, ma non aveva mai davvero parlato con loro delle sue “turbe psichiche” – forse anche perché non ne aveva mai avute – e non se la sentiva di farlo ora, specie con quei pensieri così stupidi e insensati.
Preferì quindi arrangiarsi senza l’aiuto altrui, sopportando ciò che c’era da sopportare fino a quando non sarebbe svanito tutto da sé.
Tuttavia, di lì a poco, la vicenda si sarebbe inaspettatamente evoluta, lungi dallo scomparire nel passato come un brutto ricordo.

Un pomeriggio di quelle difficili giornate, Francesco invitò a casa sua il suo amico Antonio per studiare. Non era una cosa che aveva fatto spesso in precedenza, ma ultimamente era convinto che passare del tempo con gli amici l’avrebbe aiutato a distrarsi dai suoi pensieri contorti.
Trascorsa un’oretta di studio, Antonio interruppe la sessione: «Possiamo continuare dopo? Avrei una cosa da farti vedere».
«Ok,» disse controvoglia Francesco, «sbrigati però.»
Antonio non esitò e aprì la cartella, tirandone fuori una rivista che sbattè sul tavolo.
«Ecco,» esclamò ridendo, «questo è quello che serve quando manca la connessione a Internet!»
Francesco si immobilzzò qualche secondo senza sapere bene come reagire, un po’ in imbarazzo, un po’ in agitazione; poi si rivolse irritato all’amico:
«Sei scemo? Cosa porti queste cose in casa mia? Lo sai che tra poco torneranno i miei».
«E dai, sono solo tette!» rispose Antonio mentre con la più totale disinvoltura mostrava la rivista all’amico. «Sai cosa ti dico?» riprese poco dopo, «Questa te la presto. Ridammela pure quando vuoi, ma intanto divertiti.»
«No, grazie, non mi interessa. Tienitela pure.»
«Come fa a non interessarti? Questa roba l’ho trovata nella cantina di casa mia; dev’essere stata di mio padre. In pratica negli anni ’80 si segavano su queste cose qui. È un pezzo di storia!»
Francesco non aveva per nulla previsto una situazione del genere. Mai avrebbe immaginato che il suo mansueto amico Antonio fosse tanto disinibito da fare e dire cose del genere, e lui stesso ora si sentiva partecipe di un atto subdolo, se non criminoso, da cui voleva al più presto tirarsene fuori.
«Non ne ho bisogno, ok? E poi non saprei dove tenerla…»
«Oh sì,» rispose Antonio squadrando l’amico, «ne hai bisogno. E per nasconderla troverai il modo, lo trovano tutti il modo.»
Dopo quelle parole disse che doveva tornare a casa e salutò Francesco con grande fretta, come se ormai avesse finalmente raggiunto il suo obiettivo e non ci fosse più nient’altro da fare.
Una volta solo, Francesco prese immediatamente la rivista e fece per buttarla; poi, di fronte al cestino, si fermò. Non poteva certo gettarla assieme a tutta l’altra carta: i suoi genitori l’avrebbero notata. Ancora con l’ansia in corpo diede un’occhiata all’oggetto incriminato, nel tentativo di farsi venire un’idea. Senza prestarci troppa attenzione cominciò a sfogliare. Non era mai entrato a contatto con quel “mondo”, ma di nuovo la sua incontenibile curiosità fu più forte di ogni altra emozione del momento. Andò a pagina uno, pagina due, pagina tre, quattro, cinque e così via fino a quando, d’un tratto, intuì che la curiosità che lo spingeva a guardare quella rivista aveva una forma diversa da quel desiderio di sapere a cui era sempre stato avvezzo. Allora cominciò a scrutare i dettagli dei corpi, le capigliature e le pose con la stessa attenzione di un impaziente archeologo che, pur cercando di scoprire il segreto che si cela dietro un reperto antichissimo appena portato alla luce, desidera anche capire che cosa quell’oggetto impolverato gli stia intimamente comunicando, in che modo esso lo riguardi, quale via gli stia suggerendo di percorrere per raggiungere nient’altro che la conoscenza di sé stesso. Dopo aver continuato così per diverse pagine, si soffermò su una modella che l’aveva colpito in maniera particolare. Ella stava in piedi, completamente nuda, appoggiata sul fianco destro a lato di una grande finestra; con il viso disteso e sereno guardava attraverso i vetri chissà dove, sembrando non curarsi o non accorgersi dell’obiettivo che la immortalava, come se si fosse persa in fantasticherie amorose della più giovane e innocente specie. Da un lato sembrava messa lì per caso, distante ed emarginata dalle altre ragazze della rivista che invece si esponevano più consapevoli della loro presenza voluttuosa; dall’altro era la rappresentazione più spontanea, femminile e sensuale che si potesse ambire di trovare tra quelle pagine.
Senza capire il perché, Francesco avanzò timidamente una mano verso l’interno coscia e cominciò a toccarsi, salendo poco a poco verso il pube. Sentì il suo corpo tremare e il cuore battergli forte, ma ormai non riusciva più a controllarsi. A quel punto, vedendosi ancora in piedi di fronte al cestino della sua cameretta, decise, con la più cieca delle decisioni, di spostarsi in bagno.
Una volta in bagno appoggiò per un momento la rivista a terra, poi calò i jeans e si sedette sul water. Sentiva di stare facendo qualcosa di sbagliato, ma dopo un ultimo momento di esitazione si lasciò andare, convinto che non avesse altra scelta. Quando però riprese la rivista appoggiandola sulle ginocchia, Francesco sentì il petto contrarsi e il respiro venirgli risucchiato da fuori, mentre con lo sguardo fissava impietrito la pagina di prima, ormai violata: lì, sull’immagine che l’aveva eccitato, c’era adagiata una piccola scutigera. Il centopiedi fece uno scatto rapidissimo verso il bordo della pagina e in tutta risposta Francesco chiuse di colpo la rivista, gettandola a casaccio contro il muro.
Non si mosse più nulla.
Pochi secondi dopo si sentì aprire la porta d’ingresso: la madre era tornata. Senza aver potuto riprendere fiato, Francesco riagguantò la rivista e la infilò nei pantaloni, come momentaneo nascondiglio. Della scutigera non sembrava esserci traccia da nessuna parte.
Per diversi minuti ancora, Francesco rimase turbato e spaesato, tanto da ritrovarsi a passeggiare nervosamente in tondo in camera sua. Alla fine, non riuscendo a dissimulare l’irrequietezza di fronte alla madre, si vide costretto a dirle che c’era un animale in bagno e che non era riuscito ad ucciderlo.
«Che animale?» chiese pacata la madre.
«Non lo so, tipo un bruco» rispose Francesco, che ancora una volta non se l’era sentita di confessare la sua fobia.
«Un bruco in bagno? Mi sembra strano. Dai, stasera faremo controllare al papà. Tu stai tranquillo.»
Bruco o scutigera che fosse, nessun animale venne più ritrovato e per i genitori la questione cadde subito nel dimenticatoio.
Al contrario Francesco, come si poteva intuire, continuò a ritornare col pensiero alla scutigera, a quel loro primo incontro, a quell’orribile sensazione che aveva provato nel vederla, e si chiedeva con paranoia in quale vicolo oscuro e torbido della sua casetta si fosse infilata, senz’altro pronta a tendergli qualche agguato. Ormai nemmeno provava più ad allontanare la fobia ragionando su quanto fosse totalmente insensata. Adesso l’unica cosa che desiderava era la certezza che non avrebbe mai più incontrato quell’essere spaventoso, ma sapeva bene che quella certezza sarebbe stata ardua da ottenere.
Che fare? Egli smise di porsi la domanda, abbassò la testa in penitenza e andò avanti a vivere.

Passarono gli anni e Francesco crebbe più o meno serenamente, come più o meno serenamente crescono molti ragazzi.
In seguito alle scuole medie si iscrisse al Liceo, e la sua carriera scolastica proseguì brillantemente senza intoppi. Durante quegli anni trovò molte amicizie, a volte buone, a volte cattive, ma che in ogni caso lo resero più maturo nelle relazioni sociali. Era sano e in forze, e nessuno avrebbe mai sospettato che nel suo puro animo fosse turbato dallo spettro di una grave fobia, la quale non aveva smesso di bussare furiosamente alla sua porta.
Certo, la situazione era migliorata rispetto agli anni delle medie, durante i quali Francesco evitò persino di masturbarsi nel terrore di rivedere la scutigera, ricordando quel giorno in bagno con la rivista di Antonio. Ora che era adolescente sembrava aver imparato a temere di meno il centopiedi, se non persino a concepirlo come parte della sua normalità; le sue reazioni si erano fatte più pacate, sia che vedesse l’animale, sia che esso si presentasse solo nei suoi pensieri.
Purtroppo però una fobia di quel tipo è difficile da sradicare, e lo stesso Francesco lo constatava ogni qual volta essa veniva a fargli visita di soppiatto: a letto mentre sognava, a casa quand’era da solo, a scuola con i compagni, in giro per il centro della città, in vacanza in montagna.
E proprio durante una vacanza in un paesino di montagna, Francesco si innamorò per la prima volta di una ragazza: Chiara. Lui, lei e altri vecchi amici in realtà si conoscevano da anni, siccome ogni estate tornavano tutti in quel posto sperduto tra le Alpi Orobie assieme alle loro famiglie. Solo quell’estate però, sulla soglia dei loro 17 anni, Francesco e Chiara erano diventati abbastanza maturi per trasformare la loro amicizia in qualcosa di più intenso.
Così com’era sempre stata tradizione, quasi ogni sera l’intero gruppo di amici si ritrovava per “cazzeggiare” in vari modi – cazzeggio che da qualche anno era diventato sempre più spesso correlato al consumo di alcol – e al termine del ritrovo ognuno se ne tornava a casa ad annoiarsi, con la testa già rivolta alla sera successiva.
Francesco e Chiara furono i primi a rompere quella routine, cominciando a vedersi anche nel pomeriggio per fare lunghe camminate nei boschi. Durante le loro gite, i due trovarono il tempo e lo spazio per parlare e conoscersi meglio, così che non tardarono ad arrivare tenerezze e baci. Francesco avrebbe voluto lasciarsi cullare da quell’amore idilliaco senza mai spingerlo oltre, un po’ per paura di infrangerlo, un po’ per timidezza, un po’ per pudore; ma non poteva ignorare il desiderio irrefrenabile che intercorreva tra lui e Chiara e che inevitabilmente li avrebbe condotti a scambi passionali più accesi. D’altra parte a lei non servì sentire Francesco dare voce a timori e desideri per capire come doversi comportare; perciò prese l’iniziativa e lo accompagnò in una casa disabitata vicino a uno dei loro percorsi di montagna.
Lì i loro corpi trovarono l’intimità necessaria per cercarsi con la bramosia di abbracci, baci e carezze, spogliandosi a vicenda prima delle inibizioni e poi dei vestiti. Fu allora che Francesco riconobbe nell’amata un’abbagliante bellezza carnale che mai aveva colto nel mondo sensibile, proprio come sei anni prima era rimasto sconvolto dalla bellezza della modella nella rivista di Antonio. Avendone percepito la presenza, rimase impassibile quando una lunga scutigera uscì dal sesso di Chiara e si mise a correrle morbosamente attorno ai fianchi con le sue implacabili zampette. Francesco ignorò la fobia dell’animale ancora per qualche secondo, cercando di farsi trascinare dalla corrente amorosa; ma alla fine la sua resistenza andò in frantumi, la passione si spense e si ritrasse dalla ragazza.
«Non senti qualcosa di sbagliato?» le chiese con affanno.
«No, perché? C’è qualcosa che non va? Ho fatto qualcosa di sbagliato?» replicò Chiara colma d’apprensione, mentre invitava Francesco a tornare da lei prendendolo per mano.
«Scusami, ma non posso continuare» disse lui con distrazione, e scappò via incamminandosi per i sentieri, senza che la ragazza avesse fatto in tempo a chiedergli altre spiegazioni.
Con la ferma e delirante determinazione di fuggire una volta per tutte da quel mostruoso centopiedi, attraversò luoghi a lui sconosciuti, allontanandosi dal paese e da Chiara per diversi chilometri, fino a quando fu troppo buio sia per procedere il pellegrinaggio, sia per tornare indietro.
Intorno a lui la radura si dispiegava priva d’umanità. Solo una piccola chiesa spiccava poco più in là, dietro a un gruppo di arbusti incolti; Francesco si avviò verso di essa per capire se si potesse alloggiare lì quella notte. All’interno dell’edificio c’era il buio più totale, fatta eccezione per un flebile lumino che però si spense non appena il ragazzo mise piede nel luogo sacro. Francesco si fece luce con la torcia dello smartphone: la chiesa era disadorna e fatiscente, ma c’erano alcune panche abbastanza larghe su cui potersi sdraiare e dormire. Stremato dal cammino, si sedette su una di queste, spense la luce e rivolse alla cieca lo sguardo verso l’altare e il crocifisso, mentre con la mente ripercorreva la terribile giornata appena trascorsa.
«Signore, potrò avere un po’ di pace, almeno per questa notte?» sussurrò in un bagliore di fede per lui inedita.
La sua voce riverberò brevemente fra le mura, affondando subito nella muta immobilità della chiesa, senza risposta. Proprio quando era sul punto di perdere i sensi per stanchezza e sconforto, in un fulmineo delirio allucinatorio un’immagine tanto angelica quanto lussuriosa di Chiara gli si palesò davanti. Francesco si ridestò, alzandosi di scatto per raggiungerla; ma nell’istante in cui si erse in quell’effimero slancio amoroso sentì qualcosa muoversi negli spazi di quel Sacro in putrefazione. Non gli servì controllare: sapeva che era quel qualcosa che aveva sempre vissuto come estraneo e familiare in egual modo; sapeva che era l’entità che per tutti quegli anni aveva percepito sia come esterna e lontana da sé, sia come qualcosa che gli apparteneva in maniera inscindibile.
Da tempo ormai aveva imparato a conoscerla e a temerla di meno, eppure solo allora la accettò come una parte di sé in tutte le sue forme.
Assieme alla scutigera, quella notte Francesco dormì sonni sereni.

Black Mirror (pt.2): non vogliamo il lieto fine?

IN QUESTO ARTICOLO FARÒ SPOILER SUGLI EPISODI:
1×02 15 Millions Merits
4×06 Black Museum

Nello scorso articolo su Black Mirror ho cercato di mostrare alcuni aspetti che rendono questa serie così vicina alla nostra realtà e quindi anche quanto la cattiveria e la bassezza dei suoi personaggi siano affini a noi in quanto umani.
Per il discorso che andrò a fare ora non serve comunque ricordare il mio articolo precedente. L’unica cosa importante è aver visto buona parte degli episodi della serie al punto di aver ben fissa nella mente quella sensazione di angoscia, disperazione, voglia di morire o [inserisci sentimento sgradevole a piacimento] che quasi sempre ci ha colto al termine di ciascuno di essi.
Ebbene sì, QUASI sempre. Tutti infatti ci siamo accorti dell’addolcimento, o comunque della mutazione di “sapore” degli episodi a partire dalle stagioni 3 e 4 (cioè da quando la serie è distribuita da Netflix). La scrittura di Charlie Brooker ci aveva abituato per le prime due stagioni a delle storie spietate che non lasciavano spazio ad alcuna speranza; la critica sociale era sempre caustica, i temi distopici angosciavano fino al desiderio di gettare lo smartphone nel cesso, e, soprattutto, i finali di puntata erano sempre, sempre il colpo di grazia definitivo che annichiliva lo spettatore. Adesso invece constatiamo che alcuni episodi tra quelli più nuovi − non farò nomi − lasciano con un sapore agrodolce, con dei finali ad interpretazione, con il dubbio.
Non è mio interesse capire perché sia avvenuto questo cambiamento. È invece mio interesse capire se il cambiamento sia coerente con i temi trattati dalla serie.
Da un campione assolutamente non scientifico ho infatti rilevato un certo disappunto nei confronti di questa presunta edulcorazione della serie britannica. Victorlaszlo88, parlando di una puntata della 4^ stagione che termina in maniera ambigua e forse con un vero e proprio lieto fine, ha fatto notare che tutti coloro con cui ha discusso di quella puntata hanno cercato di mostrargli quanto in realtà il finale non sia idilliaco come sembra; secondo lo youtuber queste persone cercano il “male” nel finale proprio perché è a questo che siamo abituati quando pensiamo a Black Mirror. Victorlaszlo continua dicendo: “Era per quello che Black Mirror ti faceva riflettere; perché non c’era speranza, c’era la disperazione. La tecnologia è qualcosa che può essere potenzialmente pericoloso e lo spettatore lo deve capire“.
Queste parole hanno risollevato in me un vortice di pensieri, pensieri che già avevo rimestato notevolmente in passato e che adesso mi sembra giusto mettere in fila, per iscritto.
Il discorso è molto serio e secondo me verte inizialmente su una domanda fondamentale:
l’unico modo per riflettere con Black Mirror è quando questo ci sconvolge con storie drammatiche e senza speranza?
La mia risposta alla domanda è un netto NO. E rispondo “no” non solo perché la serie ha dimostrato nei fatti di saper far riflettere senza per forza avere finali negativi e disperati, ma anche perché sarebbe un errore pericolosissimo pensare che un’opera artistica, letteraria ecc. per farci riflettere debba necessariamente mostrarci solo il volto della negatività. Ed è qui secondo me che si inserisce la genialità dell’ultimo episodio andato in onda della serie: Black Museum.
Qui vediamo in scena una ragazza che si ferma in una stazione di servizio sperduta in mezzo al deserto e, in attesa che la sua auto si ricarichi, fa visita ad un vero e proprio museo degli orrori, chiamato appunto Black Museum, contenente oggetti tecnologici legati a vecchi crimini. Lo spettatore avvezzo alle storie di Black Mirror si renderà subito conto che gli oggetti del museo sono tutti facenti parte degli episodi precedenti della serie. Quella che potrebbe quindi sembrare una grande raccolta di omaggi inserita dallo sceneggiatore Charlie Brooker come dedica alla sua stessa opera è invece per me una metafora intelligente che Black Mirror fa di sé stessa. Non m’importa se questo non fosse il reale obiettivo di Brooker; per me il Black Museum è Black Mirror. E quale modo più autoironico poteva esserci se non mostrare sé stessa come una serie televisiva la quale in realtà è un museo di storie macabre volto ad intrattenere il grande pubblico? È come se Charlie Brooker si fosse accorto, dopo il grande successo ottenuto sul piccolo schermo, che le storie da lui raccontate, piuttosto che mettere in difficoltà lo spettatore, farlo dubitare delle proprie certezze sul mondo in cui vive, costringerlo a fermarsi a riflettere in seguito ad una visione profondamente inquietante, piuttosto insomma che “fargli del male a fin di bene”, sono diventate un intrattenimento per i più superficiali e masochisti telespettatori. Black Museum sembra lanciarci un’accusa: siamo diventati come il medico Peter Dawson, il quale all’interno dell’episodio si racconta fosse diventato dipendente dalle sensazioni del dolore altrui. Dawson, utilizzando un impianto neurologico sperimentale in grado di fargli provare le sensazioni altrui al fine di sentire in prima persona i sintomi dei pazienti, rimase deviato psicologicamente per aver sperimentato nella sua psiche la sensazione della morte di un altro uomo; da quel momento il dottore non fece altro che ricercare il piacere conferitogli dal dolore degli altri.
Che sia successo lo stesso a noi, spettatori di Black Mirror?
Siamo diventati dipendenti da un prodotto che ha spinto così tanto in là la soglia del disagio che il disagio è l’unica cosa che desideriamo e che ci aspettiamo da esso?
Anche noi abbiamo cominciato a guardare uno dei prodotti televisivi più intelligenti di sempre come se fosse la cronaca nera di cui parlavo nello scorso articolo?
In caso affermativo, il discorso di Victorlaszlo88 sarebbe totalmente svuotato di senso: Black Mirror non farebbe più riflettere per la sua cattiveria, ma al limite quest’ultima sarebbe assorbita piacevolmente e insensibilmente durante la visione. E poco importa se ci indigneremo e condanneremo le brutture della nostra società dopo quei 50 minuti davanti alla televisione o al PC; a nulla serve una “passiva indignazione“, come dicevo in chiusura dello scorso articolo.
Per chi si ricorda quel capolavoro di 15 Millions Merits, secondo episodio della prima stagione, avrà in mente il lungo discorso di ribellione del protagonista. Il ragazzo, sul palco del talent show Hot Shots, attacca con dure parole il mondo di “plastica” che lo circonda, mondo dove la gente è costretta pedalare su delle cyclette per alimentare la struttura circostante ed in cambio ottiene dei “soldi” digitali da spendere per servizi quotidiani quali l’igiene e il cibo, ma anche per vestire il proprio avatar, guardare stupidi programmi televisivi e persino per partecipare a quel mercificante talent show. È infine proprio quel mondo artefatto a inglobare il protagonista stesso, concedendogli un suo spazio televisivo personale in cui sfogare le proprie ire contro il sistema; egli rimane perciò schiavo dell’oggetto della sua condanna, in quanto il suo discorso viene commercializzato attraverso la televisione. Per quanto ci riguarda il discorso è analogo; il rischio di essere assorbiti dagli aspetti della società da noi più disprezzati è altissimo, e questo è ciò che avviene, ripeto, quando ci adagiamo ad una passiva indignazione.
Ma come possiamo evitare di finire in questa condizione?
In linea di principio l’operazione da compiere al termine della fruizione di una qualsiasi opera (in questo caso la nostra amata serie tv) dovrebbe essere una riflessione, un’analisi – anche auto-analisi, perché no –, un collegamento tra l’appena trascorsa esperienza visiva/artistica e me e la mia società, per far sì che ciò che ho appena vissuto possa davvero essere in grado di cambiarmi. Questo tipo di atteggiamento attivo è opposto alla ricerca passiva della rassicurante conferma della propria opinione. Ritengo infatti che se Black Mirror sia davvero tanto apprezzata quando con i suoi contenuti traumatizzanti va a stigmatizzare ferocemente la società attuale e le tecnologie, essa lo sia perché noi spettatori effettivamente vogliamo vedere le cose in quella maniera, vogliamo che ci sia qualcosa o qualcuno a convalidare la nostra già ben salda idea su quanto le cose fanno schifo nella nostra vita. E niente è più pericoloso di una grande moltitudine di persone che ricercano solo l’approvazione delle proprie opinioni senza mai porle al vaglio del dubbio, senza mai pensare “Mah, forse sono io a sbagliarmi”. Le persone che adottano atteggiamenti di questo tipo pongono le basi per la morte di ogni comunicazione e dibattito.

A questo punto è importante chiarire una cosa: non è mio scopo fare moralismi. Le persone usano vari strumenti per intrattenersi e fra questi vi è ad esempio la visione di film dell’orrore, drammatici e via dicendo. Lungi da me il suggerire di vietare in maniera totalitaristica certi svaghi neanche tanto trasgressivi.
La cosa importante da tenere a mente è invece un’altra: non è tollerabile che Black Mirror venga recepita come un’intrattenimento di tipo drammatico qualsiasi. Per questo stesso motivo è inconcepibile pensare che essa sia obbligata ad essere sempre portatrice di storie inquietanti e senza speranza. 
Piuttosto, l’aspetto fondamentale che questa serie ha mantenuto nel corso degli anni e che l’ha resa di così elevata fattura è la sua capacità di far pensare.
Sviluppo quindi il discorso cominciato precedentemente: non è il “disagio” a farci riflettere, ma è la capacità di ribaltare le concezioni precostituite e preconfezionate che abbiamo della nostra realtà. Questo ribaltamento può mostrarci sia i lati negativi del mondo da noi non considerati, sia i lati positivi che non avevamo notato o che non volevamo notare. Per questa ragione Black Mirror può continuare a parlare dell’uomo e delle tecnologie ed essere meravigliosamente efficace anche con storie a lieto fine. E se adesso sono le storie a lieto fine a darci più fastidio, sarà cosa buona e giusta produrne altre! Forse il fatto che ci piacciono di meno è proprio il segnale che ne abbiamo più bisogno.
In ogni caso, tutto questo discorso lo faccio pur sapendo che mai ci sarà garanzia di un superamento della ricezione passiva dei racconti e dei contenuti della serie – lieto fine o meno, la superficialità dello spettatore non è un aspetto cancellabile ad arbitrio degli sceneggiatori.

Concludo ricordando il finale di Black Museum, nel quale il museo va a fuoco. Stando alla metafora che ho individuato, questo potrebbe significare la morte di Black Mirror, oppure, più realisticamente, la volontà della serie di scrollarsi di dosso la fama di “telefilm degli orrori”, per volgersi ad una narrazione più libera da stereotipi di ogni tipo.

Lasciando stare infine la fantasia delle mie letture simboliche, rilancio l’appuntamento per un nuovo articolo su Black Mirror in cui parlerò nello specifico di una puntata molto bella e con un presunto lieto fine, la quale non smette tutt’ora di farmi pensare.