“Ciao, come stai? A che pensi?”

È curioso pensare come io percepisca il mondo dei miei pensieri come un’ entità molto più estesa del mondo delle mie esperienze, quando con esperienze si intende comunemente il “fare cose” nella vita pratica.

No, non voglio dire che esiste un mondo della mente indipendente da quello corporeo; mi viene piuttosto da pensare che il nostro modo di vivere le relazioni di tutti i giorni voglia per forza separarli, quasi a costo di far finta che non esistano i cosiddetti “stati mentali”.

Ma non voglio entrare nello specifico di questa questione filosofico-scientifica, in quanto semplicemente non ho le conoscenze per farlo. Continuerò piuttosto nella mia riflessione molto molto egocentrica, molto molto limitata e quindi molto molto sbagliata.

Quindi, quando dico “mondo dei miei pensieri”, sto parlando di eventi che effettivamente mi accadono, ed è evidente che ci sono delle “cose che mi succedono” che non sono semplicemente quelle azioni fisiche che mi spingono dal letto la mattina al letto la sera. Questi pensieri e sensazioni si distendono in quello che mi sembra un tempo differente dalla vita “là fuori” (è tutto più lento e confusionario), si sviluppano all’oscuro della vista altrui e molto probabilmente anche della mia. Talvolta mi pervadono anche nel sonno.

La sensazione è che questo flusso quasi ininterrotto sia molto più interessante di quello che superficialmente si può osservare della mia vita.

Il fatto è che viviamo come se tutto ciò non esistesse. Una giornata passata a pensare ci sembra una giornata buttata via perché “non abbiamo combinato niente”, ed è essenziale essere produttivi, ce lo insegna il capitalismo in primis.

Se quest’ultima frase suona come una protesta priva di contenuto lanciata da un qualsiasi comunistello del ventunesimo secolo, proviamo a tornare alla quotidianità e facciamolo con un esempio.

Una persona X, vostro conoscente/amico/familiare, vi rincontra dopo un tempo T sufficientemente ampio (decidete voi quanto) affinchè gli sovvenga di porvi la seguente frase:

caaazzo, è da una vita che non ci si vede. Come stai? Tutto bene?”.

A quel punto voi risponderete conformi alla dottrina sociale che prevede di dire “tutto bene”, “massì, non c’è male” ecc… Dopodiché, se il discorso non muore, può darsi che nasca una chiacchierata nella quale voi racconterete delle vostre vite.

ECCO: le vostre vite.

Qui si aprono due scenari:

1-avete fatto un casino di roba: siete andati in Sri Lanka perché vi ha lasciato la ragazza e volevate trovare un po’ di pace, solo che avete contratto l’ebola (anche se non era l’ebola ma epatite C, solo che fa figo dire di aver preso l’ebola, così, a caso) e vi ha guariti un medico-asceta che vi ha anche indottrinato all’Induismo con il solo uso della riflessione spirituale, la connessione con la natura e ingenti quantità di hashish. Poi siete tornati in Italia e vi siete iscritti in palestra (perché così avete interpretato la dottrina induista), avete perso 9 chili, avete ripreso i 9 chili nelle vacanze di Natale (perché, ihih, il Natale è bello e si mangia sempre un sacco, quindi fanculo l’Induismo Xd) e poi vi hanno ricoverato perché non ce state più con la capa..eccetera ecceteraaaa…;

2-non avete fatto nulla di che, e qui mi basta dire due o tre cose in croce che effettivamente faccio io nella mia vita, potrei rispondere quindi: “ho letto dei libri, ho ascoltato un po’ di musica…” e poi smetto di parlare perché la persona X ha appena sbloccato lo schermo dello smartphone e proprio fregacazzi di quello che posso dire.

Ovviamente qui ho esagerato e scherzavo.

Mi servo però di questi due casi per spiegare cosa intendevo quando dicevo che viviamo come se il flusso dei nostri pensieri non esistesse.

Questo lo si dimostra da entrambi i casi. Nel caso 1: il discorso si sta semplicemente limitando ad un elenco di fatti della vostra vita, quasi come se foste definiti da una fredda cronologia storica. Stesso accade per il caso 2, ed è ancora più chiaro: ad un certo punto io non so più cosa dire perché non entro minimamente nel merito di come quello che ho letto mi ha influenzato. E con questo “entrare nel merito” non intendo il dover parlare dei contenuti, della trama e dei personaggi del tale libro. Intendo parlare del suo impatto su di me.

Perché questa è secondo me l’unica cosa che conta: se io vivo una cosa, che possa essere un viaggio o una lettura, quella cosa deve poter essere raccontata. Raccontare i pensieri come raccontare i viaggi. Se un artista ci ha dato un’ opera è perché essa sia discussa, non per darci quella sensazione di eccitamento momentaneo che viene poi abbandonato per così tornare alla vita noiosa di tutti i giorni. La discussione e la condivisione sono l’unico modo per non “subire” le esperienze, esperienze di ogni genere. Sono l’unico modo per impedire che il “mondo la fuori” venga percepito a sé stante, lontano dal mondo “dentro di noi”, così che si eviti in un certo senso di separare la mente dal corpo, anche se questo è un problema più grande di me e, come ho già detto, meglio che non ne parli.

Tornando all’esempio, voi direte: la persona X non mi sente da tanto tempo, non si può pretendere tutta questa confidenza.

Forse il problema delle relazioni sta tutto qua: non c’è confidenza, ad un certo livello non c’è fiducia. Ma come posso pretendere di costruire relazioni vere e sincere senza l’apertura a quel mondo inesplorato che è la nostra mente? Se l’esempio da me portato lo considerate una situazione che vi mette a disagio, pensate a qualsiasi altra discussione con chi più vi sta vicino, in tal caso: siete in grado di superare quel muro che separa i fatti della vostra vita dal flusso della vostra coscienza?

Se la risposta è “no”, bé, vi capisco.

Se la vostra risposta è “sì”, bé, vi invidio.

Ma voi, esseri da me invidiati, datemi una risposta all’apatia delle relazioni che sento, perché forse abbiamo bisogni diversi e io pretendo troppo.

È come se sognassi un giorno di poter incontrare un vecchio amico e chiedergli: “Ciao, come stai? A che pensi?”.

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2 pensieri riguardo ““Ciao, come stai? A che pensi?””

  1. Scrivere serve anche a questo: superare il disagio che si trova praticamente sempre quando si discute con le altre persone di argomenti che non siano un po’ meno banali delle previsioni del tempo e della cronaca del giorno prima.

    Così quando qualcuno ti chiede “come va?”, potrai dire “ho aperto un blog”. A lui continuerà a non fregare un cazzo e non lo leggerà mai, ma tu almeno ci hai provato 🙂

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    1. Se però io scrivo, la gente legge e finisce lì, quello che ho scritto fa la fine del “dato cronologico”, che è quello che mi spaventa. Se non ci si guarda in faccia e non si dicono le cose (non intendo discorsi intellettuali), rimarremo solo scrittori e poeti nello stanzino, all’infinito. E questa è un’ autocritica che mi faccio, prima di essere una critica generica. Ovvio: scrivere è meglio che tacere del tutto, ben venga.

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