Una lettera come epitaffio

Cara mamma,

è tempo che volevo scriverti. Non sai quanto è stato faticoso prendere in mano la penna e cominciare a raccontarti tutto, tanto che, ora che ci sto provando per la terza volta, mi sembra di camminare su sabbie mobili che cercano di impedirmi di procedere oltre, costringendomi a lasciare solo queste poche parole d’introduzione a questa patetica lettera. Ho il terribile presentimento che avrò troppa vergogna per continuare e straccerò il foglio.

Basta, basta! Ci sono troppe cose che ci tengo a dirti, e mi sto già bloccando da solo.

Mi sta molto a cuore raccontarti qualcosa che avvenne il 2 febbraio scorso e, da lì, anche alcuni fatti dei giorni successivi. Sì, lo so, sono passati più di due mesi… Ma, come ti dicevo, è stato molto difficile iniziare a scrivere e, prima di tutto, mettere in ordine i pensieri. E di pensieri perlopiù si tratta, perché il contenuto di tutto il resto è abbastanza banale, di contorno, diciamo.
Bé, la sera del 2 febbraio la dimenticherò difficilmente. Ero appena arrivato a casa da lavoro, erano le 18 circa ed ero assolutamente esausto. La stanchezza era talmente forte che mi buttai sul divano con ancora le scarpe addosso, stringendo in mano un sacchetto di biscotti scaduti chissà quando. Cominciai a mangiare, ma quei cosi erano talmente disgustosi che me ne servii solamente per saziarmi un po’, giusto per ristabilire le mie forze mentali. L’indomani sarebbe stata una giornata particolare: la mattina avrei dovuto prendere il treno per raggiungerti fuori città (forse te ne ricorderai); poi di corsa al negozio, per fare almeno l’orario pomeridiano di lavoro. Il solo pensiero di dovermi alzare alle 6 mi faceva girare la testa, come se non bastasse l’emicrania per la fame che sentivo.

D’un tratto, cercando di distrarmi, girai lo sguardo per la stanza. Ricordo alla perfezione quel crepuscolo. Non mi capita spesso, eppure, quando mi accorgo della sua presenza, rimango di tanto in tanto inebetito ad ammirare il crepuscolo, e questo è quello che accadde quella sera.
La luce era come un’onda azzurrina e flebile che inondava la casa e accarezzava dolcemente il pavimento e le mura, sforzandosi di arrivare in tutti gli angoli, per poi arrendersi ed accontentarsi di aggrapparsi ad una superficie più ridotta. Era così piacevole l’abbraccio in cui il crepuscolo mi avvolse che mi dimenticai di tutti i miei pensieri peggiori: non ricordavo nemmeno più come fosse possibile fare esperienza di qualcosa che portasse il nome di ansia o angoscia o tristezza. Ogni oggetto divenne dai confini imprecisati ed io, mettendomi in un angolo della sala, ebbi l’impressione di guardare un quadro ad acquerello; ma quello non era un dipinto fisso nel tempo, no, era piuttosto un’opera in cui tutto è ancor più degno d’attenzione, proprio perché vicino ad essere inghiottito dall’oscurità della notte. Il balcone, la finestra, la mia mano: ogni cosa era così vicina alla morte che non potei che sublimare ad un livello estetico quel sentimento di caducità che il quadro ispirava, fuggendo così, per mezzo di uno sguardo contemplativo, dall’abisso che non avrei avuto l’ardore di fissare. Sì, il mondo scompariva nel buio ed io anche; ma io vivevo nello stesso modo del mondo ed ero legato ad esso nel quadro cui partecipavo a mia volta, e questo mi aiutò a sentirmi meno solo. Non mi passò nemmeno per la testa che ciò che stavo sublimando era il venire meno di qualcos’altro, di qualcun altro, e non invece la scomparsa del mio stupido divano nelle tenebre. Ma questo, mammina, non potevo ancora capirlo.
Dopo qualche minuto mi mossi verso la finestra, nella speranza di bere un po’ di quell’inebriante onda luminosa che arrivava da fuori, e da lì osservai come la porta era rimasta nel buio più totale; nemmeno l’avrei potuto dire che laggiù si trovava l’uscita di casa se non l’avessi già saputo di mio. Alternai una decina di volte lo sguardo dal buio della “non più porta” al mondo fuori dalla finestra: ero da solo in una grotta che si faceva sempre più nera e non c’era via d’uscita; ero al termine dell’universo, pronto ad essere risucchiato dal nulla da un momento all’altro. Nonostante ciò il mio pensiero scivolava piacevolmente fra un chiaroscuro e l’altro, e ancora non si faceva travolgere da quell’immagine così simbolicamente inquietante. Quanto avrei dato per rimanere sospeso in quel crepuscolo.
Non resistetti e scesi nel gelido cortile per potermi immergere in tutti i colori freddi di quell’acquerello anche fuori da casa.
Purtroppo però si fece troppo buio e i primi lampioni s’accesero. Un taglio di luce artificiale stava rovinando tutta la tela del quadro! Che terribile offesa per quell’opera d’arte! Uscii dal cortile e feci il giro dell’isolato per trovare ancora qualche angolo crepuscolare, ma ogni svincolo era troppo luminoso o troppo buio ed io non avrei mai potuto cullare i miei sensi in quei due estremi.
La magia di quel momento di estasi era già finita.
Fu in quel momento che sentii di avere la febbre. Giusto un filo, ma ce l’avevo.

Tornai nel mio appartamento, deluso, avvilito, vergognandomi per la mia stessa presunzione di beatitudine di poco prima. Incapace di sopportare quella febbricola, corsi a prendere un’aspirina e mi misi a letto nonostante fossero solo le sette di sera, speranzoso di riprendermi in fretta. Ce la misi tutta per dimenticarmi il crepuscolo di prima, ma per qualche motivo rimase incastrato nei miei pensieri; così il ricordo delle ombre della mia stanza si mischiarono con la febbre e non riuscii ad addormentarmi. Mi dimenai nel letto sudato per almeno due ore fin quando decisi di alzarmi, arreso di fronte alla schiavizzante agitazione del mio corpo, e mi avviai verso il bagno per rinfrescarmi il viso. Tempo solo un battito di ciglia davanti allo specchio e la tua immagine si palesò ai miei occhi, intenta a sorreggermi, proprio mentre rischiavo di svenire sul lavandino. Mi sentii immediatamente meglio, confortato dalla tua “presenza” esattamente come lo ero stato tanti anni prima, quando ero alto la metà di te e tu eri la saggezza suprema, interamente a mia disposizione, immortale. Se fossi stato un poco meno lucido, avrei potuto giurare che fu la tua mano sicura a riaccompagnarmi a letto ed a riavvolgermi nelle coperte, le quali d’improvviso si erano fatte ordinate, comode e calde, proprio come le preparavi tu anni fa.

Non avevo puntato la sveglia, ma la febbre bastò a destarmi dal sonno: erano le 5.20 e capii che non sarei riuscito a dormire più di così.
Controllai l’orario del primo treno, presi un’altra aspirina a stomaco vuoto e mi precipitai in stazione. Dissimulai al meglio la mia scarsa salute per motivare me stesso ai compiti che mi spettavano quel giorno; ma era innegabile che ancora la febbricola non voleva lasciarmi in pace, parendo essa stessa ignorare il mio utilizzo di qualsivoglia antidolorifico. Di conseguenza, seduto sulla panchina in stazione, sentii profondamente il fastidio che mi permeava dalla testa, giù per la gola e ora fino allo stomaco, così espressi la mia condizione in una smorfia di disappunto. Era certo peggio della sera prima, ma pur sempre una febbricola di cui non potersi lamentare.
A fianco a me era seduta una ragazza che sicuramente aveva notato il mio disagio e la cui sola presenza mi agitava irrazionalmente. Mi voltai per vedere se stesse magari ridendo di me, ma vidi piuttosto che guardava in basso, probabilmente qualche punto a caso in terra. Indossava una giacchetta leggera fuori luogo per il freddo di quella mattina, mentre in testa portava una berretta di lana da cui spuntavano appena i suoi capelli castani e lisci. Non riuscivo a vederla in viso, perciò dovetti immaginare che fosse assorta in qualche pensiero penoso, un po’ per via della sua postura ingobbita e tutt’altro che rilassata, un po’ per il fatto che stringeva nervosamente la sua borsa con entrambe le mani. Un fortissimo moto di compassione nei confronti di quella creatura mi scosse positivamente, e non riuscii a non perseverare nel tentativo di cogliere la reciprocità di quel sentimento nei suoi occhi, i quali bramavo profondamente d’incrociare, seppur fugacemente.
Lei si accorse del mio sguardo e si voltò verso me. La sua espressione era smarrita ed innocente, cosa che si adattava magnificamente ai suoi lineamenti delicati e il suo pallore diffuso. Fissando gli occhi della ragazza piombai nel verde della sua iride e così fui trasportato all’istante all’interno di essi, ritrovandomi su un largo prato di una collina isolata dal resto del mondo, dagli orizzonti imprecisati. Com’era fresca e morbida l’erba laggiù; era tanto perfetta che catturò tutta la mia attenzione inducendomi a sdraiarmi prono, nel tentativo disperato di dimostrare a me stesso, con il contatto del viso e delle mani, che quel tappeto morbido fosse reale per davvero. Piegando un poco la testa di lato vidi però che la ragazza era lì sul prato con me e mi guardava ancora, o meglio, mi stava quasi cercando di vedere, incredula forse anche lei di quell’incontro edenico. Ricambiai lo sguardo e ricaddi ancora nei suoi occhi e da qui su un altro colle e un altro e un altro ancora, come giù per uno scivolo d’erba interminabile. Quel rapporto di sguardi si era ormai trasformato nell’azione del sondare le rispettive profondità, senza però trovarne limite, mentre sempre restava saldo il desiderio di accogliere un’assurda indeterminatezza nell’animo dell’altro, nella timida e celata speranza di una continua ricerca. Fallito il mio tentativo con il terreno erboso, cercai un contatto con la ragazza alzando la mia mano tremante per carezzarle il viso, al fine di capire quanto vera fosse la consistenza della persona che mi si trovava davanti.
Lei però chiuse gli occhi, ed una spinta prepotente mi catapultò sulla panchina della stazione.
Feci solo in tempo a vederla di spalle, mentre saliva sul treno, il treno su cui anch’io avrei dovuto salire; ma ormai non possedevo più le forze per alzarmi e seguirla sul vagone – forse non le avrei avute mai – e stetti fermo, seduto immobile, a guardare le porte automatiche che si chiudevano separandomi per sempre da lei. Chissà quanto durò quell’unione, forse solo una frazione di secondo; e come era stato terribile sentirsene privati; e che vanità le mie fantasticherie. Lo stridio del treno sulle rotaie rimosse ogni residuo di sognante serenità.
Rimasi lì, impietrito, per molti minuti.
Nella nebbia urbana e nella febbricola. Nebbia febbrile.

“Quando avrà mai fine questa agonia?”, pensai, disfatto nell’animo per l’ennesima illusione venuta a mancare e che di nuovo mi lasciava prosciugato dai sentimenti, buttato da qualche parte per il mondo ed in preda all’inerzia, maledetta inerzia.
Questa era infatti la sensazione preponderante dopo una grande gioia: disidratazione e incapacità ad agire. E non si poteva spiegare a nessuno! Mi è successo qualcosa di bello ed io come reagisco? Mi consumo tutto in esso, e poi ho bisogno di riprendere le forze, nutrendomi con una flebo di abitudinarietà e piaceri misurati, stando lontano dagli sbalzi. Ma in quei giorni quanti sbalzi!

Avevo perso il treno, e non avevo alcuna intenzione di aspettare il prossimo perché ormai sembrava tutto privo d’attrattiva ed ogni mia azione sarebbe stata inutile e troppo poco appagante. Perché poi andarti a trovare se in quel momento versavo in quella condizione tanto ridicola? Non avrei fatto che ferirti con la mia apatia. Dovevo assolutamente trovare una giustificazione al mio malessere.
La febbre mi dava più fastidio di prima, così corsi a casa per misurarla con il termometro. Il percorso a piedi non mi fece bene ed ora ero convinto che fossi davvero un malato grave.
Il termometro parlò: 37.4 °C.
Ridicolo.

Due soluzioni mi balenarono in mente: curarmi per levarmi quella febbricola di dosso e tornare attivo; oppure volgere al peggio la febbre, per avere una scusa alla mia inettitudine. Ebbene sì, il mio male era ancora troppo debole per richiedere la pietà altrui ma abbastanza intenso da rendermi un individuo totalmente passivo agli eventi, e questo era insopportabile. Volevo il dolore vero o la gioia vera, non una squallida via di mezzo. In ogni caso, capii presto che avrei scelto la più facile via dell’autoflagellazione.
Intanto ti chiamai (non so se ricordi quella chiamata) e ti dissi che avevano cancellato tutti i treni della mattina e non sarei potuto arrivare. La realtà era che uno sguardo negato mi aveva schiacciato in un inarrestabile dispiacere generale di cui la febbre era solo partecipe in minima parte.

Ricordo perfettamente che, terminata la chiamata, cominciò a cadere qualche goccia di pioggia. Non feci assolutamente nulla per evitare di bagnarmi e prendere freddo, nulla. Era troppo forte la speranza perversa di stare ancora peggio; palesare a tutti la mia infima condizione; saltare il lavoro quel pomeriggio; smettere di seguire convenevoli e abitudini cittadine alienanti; rinunciare al “dopo” per abbandonarmi ad un “adesso” senza noiosi progetti; distinguermi e ribadirmi come individuo in quanto senziente e quindi sofferente; sognare la mia iscrizione funebre scritta con cinico sarcasmo sulla porta di casa, per attirare almeno l’attenzione dei vicini. Peccato che senza un pubblico ogni mio gesto sarebbe stato indifferente al corso delle umane attività.
Passeggiai a lungo e a caso, tenuto al guinzaglio dall’angoscia e dalla solitudine, le quali sentivo come se mi passassero un coltello affilato su e giù per la pelle del petto e la pancia, minacciando di scuoiarmi da un momento all’altro.
Nel momento in cui mi sentii quasi tentato di sdraiarmi sul marciapiede in segno di resa, mi resi conto che era di nuovo crepuscolo, ma stavolta mattutino e beffardo. Non c’era modo di poterne godere in contemplazione, visto il mio stato psico-fisico; eppure realizzai una cosa: il crepuscolo stava sospeso fra la notte e il giorno o il giorno e la notte, e similmente mi trovavo io fra la malattia e la salute, fra lo star bene e lo star male. Come mai allora era impossibile sublimare la mia febbricola? Non era la febbricola il mio crepuscolo? Risi istericamente a quel pensiero. Poi tornai serio e m’incamminai verso casa tutto crucciato.

Non mi mossi per i successivi dieci giorni. Tagliai ogni tipo di comunicazione, lasciai il lavoro e rimasi perlopiù nel letto tutto il tempo, anche se ormai ero guarito dalla febbre.

Il 13 febbraio qualcuno bussò alla porta. Erano due carabinieri; mi chiesero conferma del nome, mi diedero una busta, espressero le loro condoglianze, se ne andarono.
Quel giorno diedi addio ad ogni “febbricola”, ad ogni inerzia.
Caddi in terra in lacrime, sviscerato dalla lama del dolore.

È curioso come quella distruzione di sé che in quei giorni andavo scelleratamente a cercare mi venne incontro come un pugno nello stomaco, all’improvviso, quasi a volermi dimostrare la mia stupidità e cattiveria, tutte in un solo momento. Allo stesso tempo, quel fatto mi ricordò del mio straripante egoismo grazie al quale per settimane evitai di andarti a salutare, senza motivo, senza giustificazione, come quando si ignora un problema col pensiero fisso di poterlo risolvere “più tardi”. Ecco quale problema, quale dolore cercavo di sublimare mentre guardavo il crepuscolo; ecco cosa mi stava sfuggendo di mano, cosa scivolava nell’oscurità e che io volevo ignorare.

Tutti questi pensieri riaffiorarono drammaticamente davanti alla tua lapide.

La tua era una sistemazione indegna in confronto alla persona che eri stata: un marmo spoglio con due scritte e una foto sbiadita. Per di più alla tua destra si trovava la tomba di un ragazzino di dodici anni, adornata da tantissimi fiori freschi e oggettini di vario genere. Incredibile quanto svalutiamo il valore di una persona via via con l’età che accumula. Cos’aveva quel bambino in più di te per meritare tutto quello sfarzo? Nulla di essenziale, probabilmente poco prima di morire aveva più legami di te, più relazioni che lo rendevano ancora “utile” a chi gli stava intorno. Con il tempo, restando in vita, sarebbe stato svalutato e dimenticato anche lui, invece fatalmente non dovette soffrirne le conseguenze.
Al contrario, tu non avevi più niente, mamma: io stesso ero scomparso e ti avevo rottamato.

Ma finalmente sono tornato, perché ho capito. Ho capito che quella febbre era la preparazione al giorno della tua morte. Solo tu potevi amarmi al punto da non lamentarti mai della mia terribile noncuranza nei tuoi confronti. Ed io sono qui per ringraziarti per il tuo silenzio e la tua pazienza che mi hanno dato una lezione di vita che sopravvive alla tua fine.

Sai mamma, scrivendoti questa lettera mi è parso di perdere un braccio. Sì, un braccio. O comunque qualche altra parte del corpo, qualche tessuto, qualche cellula. Chissà, magari se insisto e faccio correre e correre ancora la penna mi disarticolerò completamente, per poi poterti donare ogni mia parte e vederti ancora una volta viva davanti a me, a costo di rinunciare io stesso a qualche funzione corporea, solo per avere di nuovo la possibilità di dirti quanto ti voglio bene, o anche solo per farti leggere effettivamente queste mie parole, le quali solo una qualche fede ultraterrena potrebbe convincermi che ti verranno comunicate.

Non potendo fare altrimenti, appoggio questa lettera al tuo marmo: sarà il tuo epitaffio.

Con affetto,

figlio

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3 pensieri riguardo “Una lettera come epitaffio”

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