Black Mirror (pt.1): il capro espiatorio

Questo articolo è il primo di una serie di articoli di riflessione sulla serie TV Black Mirror.
Dal mio punto di vista è sia una sorta di personale tributo al piccolo capolavoro che è questa “raccolta di racconti” senza eguali, sia un tentativo di entrare davvero nel merito della profondità della serie.

IN QUESTO ARTICOLO FARÒ SPOILER SUGLI EPISODI:
2×02 White Bear
3×06 Hated in the Nation

C’è una cosa che Black Mirror fa con maestria:
mettere a nudo i meccanismi che regolano la vita dell’uomo nella società.

E no, non è un caso che in questa mia affermazione non abbia considerato la costante presenza nella serie della relazione uomo-tecnologia e delle conseguenze di questa stessa relazione sulla nostra quotidianità. Questo perché sono convinto che la tecnologia, in questa narrazione, svolga soltanto un ruolo di mezzo per comunicare qualcosa che va al di là di una semplice condanna o elogio alla società contemporanea.
Black Mirror parla di noi e ne parla in una maniera tale da poter essere una valida rappresentazione dell’uomo anche col passare degli anni.
Senza troppi fronzoli, caratteristica peculiare della serie britannica è (o è stata, ma su questo ci tornerò in un altro articolo) quella di far vedere quanto possa fare schifo l’umanità, in varie circostanze. La cattiveria, l’insensibilità, l’angoscia e la debolezza dei personaggi emergono sempre con trasparenza, trovando un efficace parallelismo con la nostra realtà.

In particolare, adesso parlerò della affinità tematica che ho trovato tra le puntate 2×02 (White Bear) e 3×06 (Hated in the Nation).

Andiamo con ordine.

Nell’episodio 2×02 (White Bear), una ragazza, Victoria Skillane, si risveglia in una casa a lei sconosciuta, e si ritrova a dover scappare da delle persone che, non si sa per quale motivo, sembrano volerla uccidere. Una volta compiuto un folle percorso di fuga, il tutto si rivela una messinscena: Victoria si trova all’interno di un “parco di giustizia” organizzato come uno spettacolo per i suoi visitatori, i quali possono assistere e filmare la tortura della ragazza. Victoria era colpevole di complicità con il suo fidanzato nel rapimento e omicidio di una bambina, perciò la sua condanna è quella di subire gli stessi supplizi di quest’ultima, eccezion fatta per la morte: lo spettacolo si deve ripetere giornalmente, e i ricordi della ragazza risalenti al giorno appena trascorso vengono cancellati ogni sera.
L’aspetto che più colpisce della puntata è senz’altro la cattiveria con la quale le persone si accaniscono sulla donna. Una schiera di visitatori la filma con i cellulari per tutta la durata della sua fuga e, al termine del percorso, una folla di persone è libera di insultarla e umiliarla.

Il meccanismo del Parco di Giustizia di White Bear rappresenta metaforicamente il funzionamento della cronaca nera; essa vive del morboso interesse degli spettatori per i crimini più efferati. Giornali, programmi televisivi, quotidiani online giocano con dimestichezza la carta dello scandalo, dell’atrocità e del delitto, cioè di tutti quegli eventi che sconvolgono coppie, famiglie, città e nazioni. Casi giudiziari di omicidi durati per anni sono seguiti dai media come se fossero serie TV a puntate. Attentati terroristici sono sbattuti in prima pagina con titoli giganteschi, salvo poi essere accantonati e dimenticati il giorno seguente.
E la gente? E la gente si eccita come non mai con queste notizie.
È come se le persone trovassero una valvola di sfogo nella visione delle disgrazie e del dolore altrui. È come se questo le risvegliasse dal torpore della loro noiosa quotidianità.
Perché dai, ammettiamolo, quanto è piacevole poter indignarsi per gli atti spietati degli altri?
Quanto è piacevole poter fare la morale in occasione di un subbuglio, di uno scandalo, di un attentato compiuto da altri?
Insomma, quanto è piacevole sapere che il mondo là fuori è cattivo e noi no e che finalmente lo possiamo urlare ai quattro venti?
Dio salvi la cronaca nera, perché senza di essa penseremmo di avere attorno troppe persone buone a farci concorrenza.

Ma l’effetto di soddisfacimento dato dall’osservazione del dolore e dell’umiliazione altrui è di dimensioni molto più vaste di quello che si potrebbe pensare ad una prima impressione.
Proprio quando una comunità è in conflitto o è segnata da problemi di vario genere (economici, ambientali, sanitari ecc.) è di fondamentale importanza trovare qualcuno che si possa addossare le colpe della sua crisi. Quest’atto altro non è che la scelta, spesso arbitraria, di un capro espiatorio che finisce per essere espulso dalla comunità.

René Girard ce lo spiega con queste parole:

“La forma di riappacificazione più efficace è far convergere la furia collettiva su di una sola vittima scelta a caso: il capro espiatorio. […] Questo qualcuno viene identificato e ucciso con la partecipazione unanime di tutta la comunità. Naturalmente non è più colpevole di chiunque altro, ma l’intera comunità crede che lo sia. […] Questa vittima diventa il nemico comune dell’intera collettività, che viene riconciliata attraverso la partecipazione comune all’uccisione o all’espulsione di quel nemico.” ¹

Non mi addentrerò nel pensiero di Girard, nel quale il meccanismo del capro espiatorio è solo la parte finale di quella sua affascinante teoria mimetica che consiglio vivamente di approfondire.

È importante però osservare come Girard ritenesse che questo meccanismo vittimario fosse presente sin dai riti dei popoli primitivi e che fosse alla base dello sviluppo della cultura. Il rito è “l’istituzione che regola la crisi“¹, ed è quindi ciò che dà una regola ad un caos di rivalità, trovando successivamente forma in leggi, istituzioni, tradizioni culturali e religiose.

Se nei tempi andati il rito riappacificò e diede vita alla cultura, oggi possiamo dire che l’odio e lo scherno diretti ad una vittima scelta formano un senso di comunità tra le persone. Questo lo si osserva in White Bear, nella folla unita dall’odio contro la condannata, e ugualmente lo si osserva nel mondo reale, in tantissime manifestazioni. Il solo fatto di avere un obiettivo comune, il quale si manifesta qui nell’accezione di “odio comune“, garantisce la formazione di un gruppo, a volte solo ideale e transitorio, come il sentimento di fratellanza che unisce varie persone contro l’immoralità di un atto criminale di cui si parla al telegiornale; altre volte più concreto e attivo, come nel caso di un partito politico la cui forza sta nell’odio comune verso un’etnia o un gruppo sociale.
Come esempi eclatanti di quest’ultimo tipo possiamo portare ovviamente l’elezione a capro espiatorio degli ebrei durante il nazismo in Germania, oppure il risentimento nei confronti degli immigrati clandestini al giorno d’oggi in Europa, tacciati di essere, in diverse campagne elettorali, come il primo e principale problema da eliminare.

A questo punto, rincariamo la dose.

La puntata 3×06 (Hated in the Nation) mette in risalto come il meccanismo del capro espiatorio si inneschi a cascata, senza preavviso e con noncuranza da parte dei carnefici.
La puntata ci mostra gli atti di un serial killer, Garrett Scholes, che sta giustiziando tutte quelle persone che, per un motivo o per l’altro, sono diventate dei trend su Twitter attraverso l’accumulo di insulti e “inviti a morte” indirizzati loro dagli utenti. Dopo una serie di omicidi, si capisce che gli individui presi di mira dai tweet sono solo un’esca, e che l’obiettivo reale del killer sono piuttosto proprio quelle persone che hanno insultato e minacciato di morte quei loro “capri espiatori”. Volendo costringere questi 387 mila “leoni da tastiera” ad affrontare le conseguenze delle loro azioni, Scholes li uccide tutti contemporaneamente (non spiego come ciò avviene, dando per scontato che chi sta leggendo abbia visto la puntata).

La storia che si propone qui è estremamente reale. Reale non nel senso di serial killer che fanno i giustizieri nella vita di tutti i giorni. Reale nel senso che la gogna di Internet è un fenomeno che ha colpito un numero enorme di persone. Si va dal più circoscritto cyberbullismo a fenomeni nazionali e internazionali, come quello di Justine Sacco, donna che, per un suo presunto tweet razzista, nel dicembre 2013 divenne trend mondiale su Twitter, venendo letteralmente sommersa da repliche con insulti di ogni genere, fino ad arrivare ad essere licenziata dal suo lavoro, perché “Internet lo chiedeva”.

Internet è quindi diventato un posto nel quale la mortificazione di un individuo crea senso di appartenenza, senso di protezione e, più semplicemente, intrattenimento. Casi come quelli di Justine Sacco ci fanno capire che il meccanismo del capro espiatorio è arrivato al livello della deresponsabilizzazione; una persona dietro ad una tastiera che scrive un insulto in un commento o in un tweet, difficilmente arriverà a concepire come la sua azione, assieme a quella di tanti altri, possa portare alla rovina di un individuo che, forse per negligenza o per noncuranza passeggere, ha scritto o fatto qualcosa di inappropriato.

Tirando le somme, ho due considerazioni da fare.

In primo luogo, come anticipavo all’inizio dell’articolo, sono convinto che Black Mirror ci parli di comportamenti umani svincolati dalle loro contingenze storiche.
Senza infatti sottovalutare il rapporto uomo-tecnologia come filo conduttore della serie, è evidente che il meccanismo mostrato nelle due puntate di cui ho parlato, cioè il meccanismo di persecuzione, esclusione e condanna tramite la scelta di una vittima, è presente oggi nella nostra vita quotidiana, su Internet e nei media, ma anche in tutte le epoche che ci hanno preceduto, come Girard mette in evidenza nei suoi lavori.
In secondo luogo, è nostro compito continuare a disvelare e condannare i fatti della portata dei casi di cui sopra. L’operazione di disvelamento la si fa con la narrazione di storie come quelle di Black Mirror, ma, perché questa abbia efficacia, la sua ricezione da parte del pubblico dev’essere tutt’altro che simile ad una passiva indignazione.

Nel prossimo articolo su Black Mirror, spiegherò cosa intendo con quest’ultima frase.

 

¹R. Girard, Origine della cultura e fine della storia, Raffaello Cortina

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2 pensieri riguardo “Black Mirror (pt.1): il capro espiatorio”

  1. Riflessioni interessanti, soprattutto perché hai visto tra le righe di black mirror, che non punta tanto, a parer mio, a fornire una critica sulla tecnologia, quanto la usa come pretesto per svelare i volti più oscuri del genere umano.

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