Black Mirror (pt.2): non vogliamo il lieto fine?

IN QUESTO ARTICOLO FARÒ SPOILER SUGLI EPISODI:
1×02 15 Millions Merits
4×06 Black Museum

Nello scorso articolo su Black Mirror ho cercato di mostrare alcuni aspetti che rendono questa serie così vicina alla nostra realtà e quindi anche quanto la cattiveria e la bassezza dei suoi personaggi siano affini a noi in quanto umani.
Per il discorso che andrò a fare ora non serve comunque ricordare il mio articolo precedente. L’unica cosa importante è aver visto buona parte degli episodi della serie al punto di aver ben fissa nella mente quella sensazione di angoscia, disperazione, voglia di morire o [inserisci sentimento sgradevole a piacimento] che quasi sempre ci ha colto al termine di ciascuno di essi.
Ebbene sì, QUASI sempre. Tutti infatti ci siamo accorti dell’addolcimento, o comunque della mutazione di “sapore” degli episodi a partire dalle stagioni 3 e 4 (cioè da quando la serie è distribuita da Netflix). La scrittura di Charlie Brooker ci aveva abituato per le prime due stagioni a delle storie spietate che non lasciavano spazio ad alcuna speranza; la critica sociale era sempre caustica, i temi distopici angosciavano fino al desiderio di gettare lo smartphone nel cesso, e, soprattutto, i finali di puntata erano sempre, sempre il colpo di grazia definitivo che annichiliva lo spettatore. Adesso invece constatiamo che alcuni episodi tra quelli più nuovi − non farò nomi − lasciano con un sapore agrodolce, con dei finali ad interpretazione, con il dubbio.
Non è mio interesse capire perché sia avvenuto questo cambiamento. È invece mio interesse capire se il cambiamento sia coerente con i temi trattati dalla serie.
Da un campione assolutamente non scientifico ho infatti rilevato un certo disappunto nei confronti di questa presunta edulcorazione della serie britannica. Victorlaszlo88, parlando di una puntata della 4^ stagione che termina in maniera ambigua e forse con un vero e proprio lieto fine, ha fatto notare che tutti coloro con cui ha discusso di quella puntata hanno cercato di mostrargli quanto in realtà il finale non sia idilliaco come sembra; secondo lo youtuber queste persone cercano il “male” nel finale proprio perché è a questo che siamo abituati quando pensiamo a Black Mirror. Victorlaszlo continua dicendo: “Era per quello che Black Mirror ti faceva riflettere; perché non c’era speranza, c’era la disperazione. La tecnologia è qualcosa che può essere potenzialmente pericoloso e lo spettatore lo deve capire“.
Queste parole hanno risollevato in me un vortice di pensieri, pensieri che già avevo rimestato notevolmente in passato e che adesso mi sembra giusto mettere in fila, per iscritto.
Il discorso è molto serio e secondo me verte inizialmente su una domanda fondamentale:
l’unico modo per riflettere con Black Mirror è quando questo ci sconvolge con storie drammatiche e senza speranza?
La mia risposta alla domanda è un netto NO. E rispondo “no” non solo perché la serie ha dimostrato nei fatti di saper far riflettere senza per forza avere finali negativi e disperati, ma anche perché sarebbe un errore pericolosissimo pensare che un’opera artistica, letteraria ecc. per farci riflettere debba necessariamente mostrarci solo il volto della negatività. Ed è qui secondo me che si inserisce la genialità dell’ultimo episodio andato in onda della serie: Black Museum.
Qui vediamo in scena una ragazza che si ferma in una stazione di servizio sperduta in mezzo al deserto e, in attesa che la sua auto si ricarichi, fa visita ad un vero e proprio museo degli orrori, chiamato appunto Black Museum, contenente oggetti tecnologici legati a vecchi crimini. Lo spettatore avvezzo alle storie di Black Mirror si renderà subito conto che gli oggetti del museo sono tutti facenti parte degli episodi precedenti della serie. Quella che potrebbe quindi sembrare una grande raccolta di omaggi inserita dallo sceneggiatore Charlie Brooker come dedica alla sua stessa opera è invece per me una metafora intelligente che Black Mirror fa di sé stessa. Non m’importa se questo non fosse il reale obiettivo di Brooker; per me il Black Museum è Black Mirror. E quale modo più autoironico poteva esserci se non mostrare sé stessa come una serie televisiva la quale in realtà è un museo di storie macabre volto ad intrattenere il grande pubblico? È come se Charlie Brooker si fosse accorto, dopo il grande successo ottenuto sul piccolo schermo, che le storie da lui raccontate, piuttosto che mettere in difficoltà lo spettatore, farlo dubitare delle proprie certezze sul mondo in cui vive, costringerlo a fermarsi a riflettere in seguito ad una visione profondamente inquietante, piuttosto insomma che “fargli del male a fin di bene”, sono diventate un intrattenimento per i più superficiali e masochisti telespettatori. Black Museum sembra lanciarci un’accusa: siamo diventati come il medico Peter Dawson, il quale all’interno dell’episodio si racconta fosse diventato dipendente dalle sensazioni del dolore altrui. Dawson, utilizzando un impianto neurologico sperimentale in grado di fargli provare le sensazioni altrui al fine di sentire in prima persona i sintomi dei pazienti, rimase deviato psicologicamente per aver sperimentato nella sua psiche la sensazione della morte di un altro uomo; da quel momento il dottore non fece altro che ricercare il piacere conferitogli dal dolore degli altri.
Che sia successo lo stesso a noi, spettatori di Black Mirror?
Siamo diventati dipendenti da un prodotto che ha spinto così tanto in là la soglia del disagio che il disagio è l’unica cosa che desideriamo e che ci aspettiamo da esso?
Anche noi abbiamo cominciato a guardare uno dei prodotti televisivi più intelligenti di sempre come se fosse la cronaca nera di cui parlavo nello scorso articolo?
In caso affermativo, il discorso di Victorlaszlo88 sarebbe totalmente svuotato di senso: Black Mirror non farebbe più riflettere per la sua cattiveria, ma al limite quest’ultima sarebbe assorbita piacevolmente e insensibilmente durante la visione. E poco importa se ci indigneremo e condanneremo le brutture della nostra società dopo quei 50 minuti davanti alla televisione o al PC; a nulla serve una “passiva indignazione“, come dicevo in chiusura dello scorso articolo.
Per chi si ricorda quel capolavoro di 15 Millions Merits, secondo episodio della prima stagione, avrà in mente il lungo discorso di ribellione del protagonista. Il ragazzo, sul palco del talent show Hot Shots, attacca con dure parole il mondo di “plastica” che lo circonda, mondo dove la gente è costretta pedalare su delle cyclette per alimentare la struttura circostante ed in cambio ottiene dei “soldi” digitali da spendere per servizi quotidiani quali l’igiene e il cibo, ma anche per vestire il proprio avatar, guardare stupidi programmi televisivi e persino per partecipare a quel mercificante talent show. È infine proprio quel mondo artefatto a inglobare il protagonista stesso, concedendogli un suo spazio televisivo personale in cui sfogare le proprie ire contro il sistema; egli rimane perciò schiavo dell’oggetto della sua condanna, in quanto il suo discorso viene commercializzato attraverso la televisione. Per quanto ci riguarda il discorso è analogo; il rischio di essere assorbiti dagli aspetti della società da noi più disprezzati è altissimo, e questo è ciò che avviene, ripeto, quando ci adagiamo ad una passiva indignazione.
Ma come possiamo evitare di finire in questa condizione?
In linea di principio l’operazione da compiere al termine della fruizione di una qualsiasi opera (in questo caso la nostra amata serie tv) dovrebbe essere una riflessione, un’analisi – anche auto-analisi, perché no –, un collegamento tra l’appena trascorsa esperienza visiva/artistica e me e la mia società, per far sì che ciò che ho appena vissuto possa davvero essere in grado di cambiarmi. Questo tipo di atteggiamento attivo è opposto alla ricerca passiva della rassicurante conferma della propria opinione. Ritengo infatti che se Black Mirror sia davvero tanto apprezzata quando con i suoi contenuti traumatizzanti va a stigmatizzare ferocemente la società attuale e le tecnologie, essa lo sia perché noi spettatori effettivamente vogliamo vedere le cose in quella maniera, vogliamo che ci sia qualcosa o qualcuno a convalidare la nostra già ben salda idea su quanto le cose fanno schifo nella nostra vita. E niente è più pericoloso di una grande moltitudine di persone che ricercano solo l’approvazione delle proprie opinioni senza mai porle al vaglio del dubbio, senza mai pensare “Mah, forse sono io a sbagliarmi”. Le persone che adottano atteggiamenti di questo tipo pongono le basi per la morte di ogni comunicazione e dibattito.

A questo punto è importante chiarire una cosa: non è mio scopo fare moralismi. Le persone usano vari strumenti per intrattenersi e fra questi vi è ad esempio la visione di film dell’orrore, drammatici e via dicendo. Lungi da me il suggerire di vietare in maniera totalitaristica certi svaghi neanche tanto trasgressivi.
La cosa importante da tenere a mente è invece un’altra: non è tollerabile che Black Mirror venga recepita come un’intrattenimento di tipo drammatico qualsiasi. Per questo stesso motivo è inconcepibile pensare che essa sia obbligata ad essere sempre portatrice di storie inquietanti e senza speranza. 
Piuttosto, l’aspetto fondamentale che questa serie ha mantenuto nel corso degli anni e che l’ha resa di così elevata fattura è la sua capacità di far pensare.
Sviluppo quindi il discorso cominciato precedentemente: non è il “disagio” a farci riflettere, ma è la capacità di ribaltare le concezioni precostituite e preconfezionate che abbiamo della nostra realtà. Questo ribaltamento può mostrarci sia i lati negativi del mondo da noi non considerati, sia i lati positivi che non avevamo notato o che non volevamo notare. Per questa ragione Black Mirror può continuare a parlare dell’uomo e delle tecnologie ed essere meravigliosamente efficace anche con storie a lieto fine. E se adesso sono le storie a lieto fine a darci più fastidio, sarà cosa buona e giusta produrne altre! Forse il fatto che ci piacciono di meno è proprio il segnale che ne abbiamo più bisogno.
In ogni caso, tutto questo discorso lo faccio pur sapendo che mai ci sarà garanzia di un superamento della ricezione passiva dei racconti e dei contenuti della serie – lieto fine o meno, la superficialità dello spettatore non è un aspetto cancellabile ad arbitrio degli sceneggiatori.

Concludo ricordando il finale di Black Museum, nel quale il museo va a fuoco. Stando alla metafora che ho individuato, questo potrebbe significare la morte di Black Mirror, oppure, più realisticamente, la volontà della serie di scrollarsi di dosso la fama di “telefilm degli orrori”, per volgersi ad una narrazione più libera da stereotipi di ogni tipo.

Lasciando stare infine la fantasia delle mie letture simboliche, rilancio l’appuntamento per un nuovo articolo su Black Mirror in cui parlerò nello specifico di una puntata molto bella e con un presunto lieto fine, la quale non smette tutt’ora di farmi pensare.

 

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