“Il diritto di essere infelice”

«Ma io amo gli inconvenienti.»
«Noi no» disse il Governatore. «Noi preferiamo fare le cose con ogni comodità.»
«Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato.»
«Insomma,» disse Mustafà Mond «lei reclama il diritto di essere infelice.»
«Ebbene, sì,» disse il Selvaggio in tono di sfida «io reclamo il diritto di essere infelice

Questa è una parte di dialogo estratta da Il mondo nuovo di Aldous Huxley, romanzo distopico del 1932 fin troppo poco noto da noi e che meriterebbe molto più riconoscimento.

Fra le infinite riflessioni che questo romanzo può far nascere, è inevitabile (per me) soffermarsi su questo aspetto che ho riportato: “il diritto di essere infelice“.

Nella società descritta da Huxley le persone sono suddivise in caste e questa condizione è da loro placidamente accettata. Infatti, ogni individuo è stato costruito in laboratorio (in una produzione in serie) e successivamente condizionato con varie tecniche per meglio adeguarsi alla condizione sociale che gli è stata imposta.
Questa società è una società che basa la sua stabilità sui piaceri più immediati, che sono disponibili fino alla morte. Ad esempio è spronato il sesso occasionale, al punto che la gente ritiene strano dover trovare un partner stabile.
Qualsiasi infelicità è soppressa con una droga: il soma, definito come “il Cristianesimo senza lacrime”, grazie alla sua suprema capacità di consolazione senza le controindicazioni della religione.

In breve: si cerca in tutti i modi la felicità e si DEVE essere felici.

E’ inevitabile trovare grandi somiglianze con il “nostro mondo” in tutto ciò. Questo si può osservare dalla grande quantità di distrazioni frivole e immediate che la civiltà ci offre e che ci permettono di sfuggire senza troppa fatica alla noia. La televisione, ad esempio, riesce al meglio in questa funzione d’intrattenimento, ma anche internet (social network, più precisamente), dove tutti i contenuti troppo complicati e lunghi sono facilmente ignorati perché “roba da biblioteca”. Huxley ci mette in guardia di questo: una massa di persone annichilite dalla felicità è molto facile da governare, perché i problemi seri non sono più oggetto dell’interesse delle persone. In questo articolo trovate un confronto 1984-Il mondo nuovo che mette bene in luce questo aspetto.

Ma questa “felicità” ad ogni costo è il massimo a cui possiamo aspirare? Personalmente sento il rischio di essere travolto e coinvolto in tutto ciò e non posso che averne paura, paura di non avere la possibilità di essere infelice, come ci ricorda anche John “il Selvaggio” nel testo sopracitato.

La “costrizione alla felicità” non può che farci vivere una felicità fasulla, “di plastica”, perché una felicità autentica comporterebbe una sensibilità maggiore, cioè la capacità di poter provare una vasta gamma di emozioni e quindi, inevitabilmente, l’infelicità. L’uccisione di questa sensibilità ci costringe quindi a dire addio all’arte, alla scienza, ad ogni tipo di passione e perciò anche alla spiritualità. “Dio è morto” disse qualcuno, ma, da ateo, devo riconoscere che se è morto per lasciare il posto ad una società di “vegetali da Grande Fratello”, forse non ne è valsa la pena.

Ciò di cui ho paura è quindi l’infelicità che deriverebbe da una felicità scontata, per quanto possa sembrare paradossale.

Più semplicemente, è giusto che ognuno possa soffrire senza che debba fingere di stare bene. Abbiamo il diritto di essere infelici per il nostro fisiologico bisogno di esserlo, per non reprimere dentro di noi ciò che poi potrà diventare un malessere cronico.

Ma forse questo pensiero è inattuale e l’uomo ha davvero bisogno di vedersi sempre sorridente, atletico e giovane anche da vecchio. In pratica sembra che abbiamo bisogno di fingerci immortali, perché abbiamo troppa paura di guardare in faccia il dolore, il decadimento, la morte e il nulla che siamo.

Forse sì, siamo deboli a tal punto.

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4 pensieri riguardo ““Il diritto di essere infelice””

  1. Sulla scatola delle cornicette nella mia classe c’è una frase del maestro C. Bortolato: – Chi non fa fatica diventa triste!
    I bambini non contestano, e come potrebbero, o stanno faticando o sono tristi: è normale! Forse stanno scoprendo il diritto ad essere felici?!

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  2. L’uomo é nelle sabbie mobili: se sta tranquillo, finisce la sua esperienza con tranquillità, se si illude di poter scappare dalla sua condizione, finisce peggio ( divincolandosi senza meta)

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